Il Centro Internazionale Arti Contemporanee, con il sostegno del Comune di Roma e l’Assessorato alle Politiche Culturali e della comunicazione, presenta questa manifestazione e propone uno spettacolo in cui si raccontano le speranze dell’Italia del boom economico.
Dal piccolo mondo fatto di roccia e pascoli, Roberto, un pastore lucano si trasferisce a Torino, dove entra nell’ingranaggio della grande fabbrica che lo trasforma, lo risucchia ed infine lo uccide.
Il pregio di questo spettacolo sta nella particolare connotazione attraverso cui si esprime: i contrasti surreali ed il linguaggio degli opposti veicolano emozioni autentiche, denotando con abilità quello sguardo semplice, puro e leggero, ma anche mordace ed amaro nella sua ironia, attraverso cui si comunicano i messaggi.
La storia è ambientata negli anni Sessanta quando gli “emigranti” si spostavano dall’Italia del sud a quella del nord, ma la stessa situazione, con dinamiche molto simili, può essere trasposta nel presente contemporaneo, con la differenza che gli “immigrati”vegono da un poco più lontano. Non molto più lontano in definitiva.
L’utilizzo del dialetto e l’espediente dei passaggi coreografici hollywoodiani spiazzano lo spettatore almeno quanto la presenza di una pecora vera in scena. L’uso dello spazio scenico però non aiuta la fruizione dello spettatore che risulta infastidito anche dai continui cambi di scena che rallentano il tempo drammatico smorzandone la tensione.
Nel complesso è uno spettacolo che offre molti spunti originali e di sicura lode ma non gode della fluidità d’insieme che una diversa maturità registica avrebbe potuto coordinare.
(Valentina Carrabino)
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I ponti di Madison County è il racconto di un’intensa storia d’amore, nota al grande pubblico nella versione cinematografica firmata ed interpretata da Clint Eastwood, accanto a Meryl Streep: un amore totale, dei sensi e del cuore, una passione “giovane”, vissuta appieno da un uomo e una donna di mezza età, come l’inaspettato, ultimo regalo della vita.
Come la fotografia ha il potere di fermare istanti del tempo in una dimensione atemporale, così, come in un’istantanea, l’amore intenso e travolgente fra i due, viene congelato nello spazio del ricordo. Per mantenerlo puro, per riviverlo come allora ogni volta nel rammentarlo.
Come la poesia ha il potere di esaltare la passione dei sentimenti purificandola ed innalzandola oltre il terreno ed il contingente, così, come nello scorrere lieve e insieme doloroso dei versi, questo canto tragico si racconta e si racconta ancora.
I ponti di Madison County sono ponti di legno, chiusi ai due lati e coperti da un tetto. Chi vi entra prima si perde nel buio ma poi scorge in lontananza una luce abbagliante, che turba ed inquieta. Da quella luce non si può fare a meno di essere attratti; l’altra estremità rappresenta le altre possibilità che quell’abbaglio di luce suggerisce.
La messa in scena invece, a dispetto di quanto la storia possa suggerire, è tutta in sottrazione. L’azione è negata per lasciare spazio alla parola ed al racconto. L’unico atto in scena è quello del rievocare, accentuato dalla presenza del narratore e dalla sequenza di racconti che ciascuno fa attraverso il ricordo narrato o scritto di una lettera.
Ma se ci si muove sottovoce, senza che i propri passi facciano rumore, su un pavimento soffice di un luogo non reale, il rischio è che anche le emozioni siano lontane, appena percepibili attraverso un’eco piena di pudore. Quello che viene sottratto allora è il bagliore della luce che trafigge, squarcia, incide inaspettatamente la vista ed i cuori, fino al profondo. Quello che rimane sono le tavole di legno di quei ponti chiusi, coperti, che impediscono la vista.
Ci si chiede perché scegliere di “raccontare” la passione in uno spazio – quello teatrale - che è principalmente dedicato all’azione. Inoltre la recitazione dei due protagonisti è eccessivamente pacata e contenuta, quando non affettata e poco credibile.
Insomma pare che la scelta di Francesca, di rinunciare a vivere profondamente l’amore disperato per Robert, in virtù di una scelta di consapevolezza, dettata dalla coraggiosa e disperata razionalità, rispecchi la scelta registica di Lorenzo Salveti, che è anche adattatore del testo – che non si lascia trascinare dal vortice della passionalità, né vi trascina il pubblico.
“Noi siamo le scelte che abbiamo fatto”
Il ricordo ed il racconto, praticati per anni, possono colmare il vuoto di ogni mancanza, specie quella della rinuncia, ma non riescono a riempire la mancanza di emozioni intense sul palcoscenico che ospita questa pièce.
(Valentina Carrabino)
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L
"Se hai la pazienza di ascoltare i miei silenzi, riuscirai a sentire le parole che non riesco a dire"
Il corpo del danzatore nudo si veste per narrare e lo fa svestendosi da ogni protezione. Come in un viaggio, pieno di stupore e meraviglia, si fa uomo, donna, bambino, anziano, soldato, sposa. I vestiti danno indicazioni per raccontare personaggi che sono solo luci attraverso cui guardare dentro al fondo dell’anima. E’ lì che lo spettacolo si svolge. E’ lì che lo spettatore è trascinato anche suo malgrado. E’ lì che l’emozione vibra, fa male, scalfisce, si arrotola su se stessa, si allenta, si addolcisce, si dipana e si riavvolge ancora. E’ lì che riesci a scorgere l’anima, tra le sue pieghe segnate dagli anni, dalle esperienze di vita, dagli incontri lungo il cammino. E’ lì che senti vibrare le corde del mondo in un corpo solo, che segue le pure istintive primordiali pulsioni interiori e riesce ad esprimere tutta la vastità delle emozioni umane.
Alberto Cacopardo vibra e si accende da qualche parte recondita che non si riesce a vedere con gli occhi, che non è facile, se non addirittura inappropriato, descrivere con le parole, ma che si percepisce e si sente pulsare dentro lo scorrere del sangue di chi lo guarda, nei pori della pelle di chi respira le particelle invisibili smosse dalla sua danza.
E’ una danza tormentata e dolorosa. E’ anche una danza capace di un respiro ampio. E’ danza che racconta scorrendo sui tempi ed i modi di un narrare insolito, fortemente emozionante, sicuramente indimenticabile.
Quando lo spettacolo finisce ti chiedi se quel varco, o quello squarcio, che ti sembra ti si sia aperto dentro, si rimarginerà mai. E mentre ascolti il silenzio carico di vibrazioni che ancora ti scuotono dentro, in un dove che non conoscevi, speri che le emozioni che ti hanno accompagnato abitino ancora dentro di te, e che attraverso quello spiraglio ti riesca ancora di guardare il mondo come da dentro le pieghe dell’anima.
Evarossella ha più di un nome. E racconta più di una storia.
Perché mentre si infila la strada viene naturale infilare storie, come perle in una collana. Quelle storie del passato che parlano del futuro.
Le storie si intrecciano su più piani temporali ma le donne narranti sono un’unica entità, rappresentate da un unico corpo. Il corpo narrante dell’interprete che racconta danzando e con le parole. E si fa madre, figlia, moglie in fuga, donna stanca, come quelle donne che sono vive solo nei sogni dei matti.
Attraverso le parole ed i racconti di donne, si ascoltano i luoghi ed i paesaggi. E le storie narrate sono quelle delle nonne, nei ricordi di bambine, gli avvenimenti della storia, dal sussidiario alle leggende della tradizione veneta e ladina. Tutto avviene in viaggio, lungo un percorso, che è della memoria, dei luoghi, dei paesi, della tradizione, dei paesaggi, delle persone, dei miti, dei colori e delle montagne.
Il pubblico si abbandona incosciente e si lascia trasportare nei luoghi descritti, fra le voci in dialetto e lo scrosciare dell’acqua del fiume. Un fiume che è femmina, perché almeno una volta all’anno va in calore, e si gonfia, si gonfia e pare riempirsi di leggende, che poi sono quelle storie senza tempo che usano gli anziani per spiegare la vita.
Una proposta di monologo-racconto che, pur se non del tutto matura nella coniugazione fra la forma di espressione corporea con quella verbale, esprime contenuti attuali e stimolanti. Molto toccante, anche se a tratti ancora timida, l’interpretazione dell’autrice e regista del testo.
Splendide le luci e la resa scenica di questo spettacolo minimalista e delicato, capace però di toccare il fondo dell’anima e lasciarla spiazzata nel silenzio, col desiderio ancora di ascoltare. Come un incantesimo.
Valentina Carrabino

Quando, pur di non far niente, si è disposti a tutto
Sembra che si voglia porre un problema reale e parlarne insieme al pubblico, dimostrando che una soluzione, affidata alla buona volontà ed alla capacità di sorridere, per ricomporre solitudini consolidate, è sempre possibile.
Quando il quotidiano soffoca e la ricerca di fuga diventa spasmodico bisogno di avventura lo squallore si
impadronisce dell'anima prima ancora che del corpo.
La scelta stilistica di mettere in scena due monologhi parallelamente ben rappresenta la crisi di comunicazione che vivono i due protagonisti all'interno della coppia. Entrambi sono soli perchè hanno perso l'ascolto, l'interesse e l'attenzione dell'altro e così entrambi monologano mentre parlano con personaggi che forse esistono ma certo non sono presenti nel quotidiano, nel momento in cui li cercano, li aspettano o comunque hanno bisogno di loro.
Entrambi esprimono lo stesso vuoto, la stessa ricerca di fuga, lo stesso bisogno di evasione dalla soffocante e squallida realtà di ogni giorno, svuotata di senso e di sentimento.
Ed è proprio nell'esasperazione dello squallore che entrambi trovano sfogo e riparo per i loro mali, per il loro dolore, per le loro amarezze e meschinità.
In questo testo ritroviamo situazioni reali descritte con distacco e senza alcun pathos. Infatti, pur trasmettendo quel senso di inquietudine e di vuoto in cui ciascuno può riconoscere se stesso e la realtà in cui siamo immersi, l'autore ha tralasciato di andare a fondo e di scavare nelle pieghe dell'animo umano. Manca l'emozione, manca la passione e manca addirittura la condivisione della profondità di uno stato d'animo.
Sarebbe stato più coinvolgente se avesse guardato dentro quei solchi graffiati sul ghiaccio dai tacchi altissimi di ogni donna che sanguina. Sarebbe stato più vero e sincero se fosse andato oltre il freddo esercizio stilistico.
Anche la regia è carente e, sulla falsariga del testo, ripropone una lettura sterile della ricerca di avventura e di passione che ha molto poco di spasmodico e di irrazionale e tanto meno evoca attanaglianti sensi di colpa.
L'umore di fondo è cupo e squallido ma troppo tenue è la luce di quegli ultimi angeli che vanno spegnendo le emozioni del pubblico.
(Valentina Carrabino)
Come in una seduta spiritica i personaggi sulla scena si confondono con venerabili ombre.
Nonostante l’esordio negativo, il dramma in quattro atti Il Gabbiano, scritto nel 1895 e messo in scena per la prima volta a Pietroburgo l’anno successivo con clamoroso insuccesso, è uno dei testi più rappresentati di ogni epoca e tra i capolavori teatrali di Anton ÄŒechov. Qualche anno dopo, a seguito della fondazione del Teatro d’Arte a Mosca, quando fu Stanislavskij a metterlo in scena fu invece un vero trionfo. Infatti la collaborazione artistica di ÄŒechov e Stanislavskij fu cruciale per entrambi: l'attenzione di Stanislavskij per il realismo psicologico e per il corpo recitante esaltava le sottigliezze del dramma e fece rivivere l'interesse di ÄŒechov per la scrittura di scena, mentre la riluttanza di ÄŒechov a spiegare o espandere il testo costringeva Stanislavskij a scavare sotto la sua superficie in modi che erano del tutto nuovi per il teatro. ÄŒechov e il Teatro d'Arte, come disse Stanislavskij, erano uniti dal comune desiderio di "raggiungere semplicità artistica e verità sul palcoscenico".
In effetti la sapiente e delicata regia di Marco Bernardi, ospitata dal Teatro Eliseo di Roma, ha proprio il pregio di essere riuscito a coniugare semplicità e verità. La sua compagnia, guidata da Carlo Simoni e Patrizia Milani, affiancati in questa occasione da Maurizio Donadoni e da quattro giovani attori che ben si integrano con i colleghi più esperti, interpreta perfettamente le sintonie e le tensioni umane che prendono vita negli interni del soggiorno di campagna come negli ambienti esterni. La malinconia del lago, la sua influenza sugli umori, la potenza dell’elemento naturale anche nella rappresentazione teatrale che apre la pièce, le passioni umane ed i conflitti che le scatenano animano gli interpreti e di rimando gli spettatori che assistono rapiti all’avvicendamento dell’intreccio fino al tragico epilogo, fra scontri generazionali ed artistici.
L'autore propone riflessioni argute sull’arte, il teatro, la scrittura, l’amore ed i rapporti familiari; particolarmente intensa la scena fra la madre Irina ed il figlio Kostia in cui l’autore ha declinato sapientemente le debolezze e le potenzialità affettive dell’essere umano. Molti sono i rimandi del testo alla metateatralità ed alla trama dell’Amleto shakespeariano.
Un testo splendido molto ben rappresentato che lascia il pubblico sospeso fra le ombre di un teatro nudo come uno scheletro, che rappresenta la vita come nei sogni. Ma queste vulnerabili ombre, che esprimono come teneri fiori quello che esce dall’anima, ci ricordano soprattutto che nell’universo solo lo spirito rimane costante, immutabile.
Nel finale emerge con amarezza il peso che le parole del letterato Trigorin hanno avuto sulla giovane Nina, che appare alla stregua di una bozza di personaggio pensato come soggetto per un racconto:
Una giovane donna vive tutta la sua vita in riva a un lago. Lei ama il lago, come un gabbiano, ed è felice e libera, come un gabbiano. Un giorno per caso arriva un uomo e per ammazzare il tempo le distrugge la vita
(Valentina Carrabino)
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Al Teatro de' Servi debutta la nuova commedia di Marco Costa, scrittore e regista romano, affronta il tema
della vecchiaia, della caducità della memoria e della fragilità emotiva delle nuove generazioni. Lo fa in maniera delicata ambientando la storia in un ospizio surreale il cui direttore annuncia il programma della giornata al microfono. Così, tra un Brutal Bingo ed un’abbuffata di antidepressivi, le giornate degli ospiti della Giovine Italia si susseguono uguali, con l’unica consolazione della programmazione televisiva. La trasgressiva infermiera Dafne consola i vecchietti viziandoli con leccornie e generi proibiti di vario tipo.
Ma quando arriva il diligente e rigido “dottorino” gli equilibri già precari della casa di cura verranno sconvolti. Non solo i protagonisti anziani si ritroveranno a raccontarsi in maniera diversa, ma lo stesso giovane dottore stravolgerà la pianificazione di una vita apparentemente desiderabile ma che in realtà lo rende insoddisfatto, per concedersi prospettive nuove ed ascoltare la sua intima natura.
Sarà proprio la convivenza con lo spirito distruttivo del vecchio Pietro, con il moribondo cane della centenaria e saggia attrice reduce da una lunga serie di matrimoni, con il mitomane Placido e l’avvenente infermiera a rinnovare e stravolgere i parametri del dottor Buto.
Nonostante la vecchiaia possa essere considerata un’isola circondata dalla morte, a cui bisogna solo abituarsi, saranno proprio questi vecchi ad incarnare lo spirito di rinnovamento nel giovane dottore.
Ma insieme a questo messaggio positivo c’è anche un’amarezza di fondo, concentrata nella frase che pronuncia il personaggio interpretato da Luca Ward, che si avvicina con dolore alla consapevolezza di essere malato di Alzheimer: i ricordi, come bicchieri fracassati a terra, continuano a ferirmi, mentre cerco di rimetterli insieme.
Sembra proprio che il difficile rapporto con i ricordi, quelli dolorosi, quelli rimossi, quelli inventati, sia il leitmotiv di questa commedia che ha il difetto di mancare di un vero e proprio svolgersi della trama narrativa. Si sente allora la mancanza di accadimenti in questa messa in scena molto narrativa che è anche troppo lenta, con un continuo interrompersi per spezzettare in mini quadretti le scene.
Valentina Carrabino
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Soffiate, venti, da scoppiarvi le gote, infuriate, soffiate!
Blow, winds, and crack your cheeks! rage! blow!
La collaborazione artistica fra Eros Pagni ed il regista Marco Sciaccaluga è ormai consolidata da alcuni anni. Con la compagnia stabile del Teatro di Genova, il regista porta in scena questa tragedia di William Shakespeare con l’intento dichiarato di proporne una lettura vicina alla dimensione più arcaica. Infatti è ambientata nel mondo barbarico popolato da personaggi che agiscono seguendo istinti e passioni primordiali.
Scritto nei primi anni del Seicento e pubblicato una prima volta nel 1608 con il titolo La vera cronistoria della vita e della morte di re Lear e delle sue tre figlie e una seconda nel 1623 come La tragedia di re Lear, il capolavoro scespiriano racconta il paradosso dello stare al mondo, attraverso una storia basata sulla leggenda di Leir, un re della Britannia vissuto prima che questa diventasse parte dell’Impero romano.
La scelta di proporre oggi questa tragedia umana è sicuramente coraggiosa ed il messaggio che comunica altrettanto forte. Infatti in questo dramma emergono amare considerazioni sulla durezza della paradossale condizione umana, nei suoi risvolti più crudeli. Le vicende che scuotono i miseri esseri umani sono torture a cui sembra impossibile sottrarsi. Il mondo è una ruota che gira a cui siamo tutti legati. Con le nostre crudeltà e con le sviste causate dalla follia, l’ingratitudine, ma anche dalle buone intenzioni, non facciamo altro che peggiorare la nostra condizione.
Come misere creature sottostiamo alle tempeste ed agli strali che questa vita ci riserva. Incapaci di contrastare il volere degli dèi, del demonio, delle forze avverse, non ci resta che “svanire” nella follia, unica complice per attenuare il dolore, o rintanarci nella convinzione che siano le potenze divine ad agire al posto nostro.
“Tu, tuono scuotitore del mondo,
Spianala d'un colpo al suolo questa compatta sfera del globo,
Rompi gli stampi di natura;
Disperdi tutto e tutti insieme ai germi onde si genera,
Mostro d'ingratitudine, l'uomo"
La scelta dell’interprete del vecchio re Lear da sempre ricade su un attore di una certa età, che in questo caso coincide anche con la maturata esperienza attoriale di Eros Pagni che però spiazza lo spettatore con una recitazione tanto impostata ed altisonante da entrare in contrasto con la scelta registica di mettere in primo piano proprio quelle passioni primordiali capaci di sconvolgere l’animo umano. Solo nel finale, gradualmente posseduto dalla perdita della ragione, l’interprete recupera autenticità.
Spettacolare e molto bella la scenografia, splendidi i costumi e gradevole la scelta di introdurre musicisti in scena. Apprezzabili anche le interpretazioni dei giovani attori della compagnia del Teatro Stabile di Genova, ma nel complesso la messa in scena risulta troppo lunga ed emotivamente poco coinvolgente.
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Al Teatro Manhattan di Roma, La sposa perplessa, scritto, diretto ed interpretato da Palma Spina.
Dopo la scrittura pungente e dissacrante del suo primo lavoro teatrale, Tutta Colpa del Purgatorio, che le valse nel 2007 due prestigiosi premi (Migliore Spettacolo alla rassegna teatrale "Fontana della Terra" di Bonefro (CB) e Migliore Attrice Protagonista al Festival organizzato dalla Fitel nazionale, a Castrocaro (FO), consegnatole da Cinzia Leone e deciso da una giuria di qualità presieduta da Valeria Valeri), con La Sposa Perplessa l'autrice si avventura in una divertente descrizione del percorso d'amore che porta due persone a scegliersi e poi a sposarsi, con tutti i risvolti del caso, analizzando certezze, previsioni e paure.
L'analisi che fa dell'uomo nei confronti del rapporto di coppia e del matrimonio è a volte indulgente, a volte spietata, ma sempre divertente. Tutti i personaggi evocati dalla protagonista costruiscono un universo familiare e sociale in cui riconoscersi facilmente. C'è il mondo dei single messo a confronto con quello delle coppie e c'è la descrizione lieve e puntuale delle situazioni più familiari e delle reazioni emotive più comuni.
L'autrice analizza con umorismo sottile la psicologia femminile in contrasto con quella maschile sulle questioni più banali che riguardano la convivenza tra i due sposi e le rispettive famiglie; vengono descritte le reciproche ossessioni, quella della nuora di piacere alla suocera, che invece non perde occasione per rinfacciarle l'incapacità di rendere felice il suo piccolo, e quella dello sposo affinché fidanzata e madre vadano d'accordo.
Il pubblico si affeziona a questa sposa fisicamente ingombrante e comicamente analitica che si auto-definisce "un'ottimista con esperienza" e la segue nell'analisi delle perplessità che accompagnano la scelta di vita del matrimonio e le sue conseguenze.
Spoglia la scenografia ed incongrue le scelte musicali ma valida la presenza scenica della protagonista di cui si apprezza anche il talento autoriale. Un gradevole spaccato di realtà visto con gli occhi critici ed autoironici di un brava interprete.
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