IX
Siamo su una delle imbarcazioni che guardavamo nostalgicamente in foto. Il sole è caldissimo e la marea asciuga i pensieri tristi dell’umanità. Il cielo ci avvolge ed il mondo che ci circonda è popolato di creature vibranti. Io e te siamo felici. Siamo vive. E insieme.
-“Clara, toglimi una curiosità. Anche se ora facciamo vite completamente differenti da quando ci siamo conosciute, ti viene mai la smania di tornare indietro a rifare meglio qualcosa di tutto quello che abbiamo lasciato in sospeso allora?”
Tu mi hai guardata coi tuoi occhi belli e limpidi. Finalmente avevi tolto gli occhiali grazie all’intervento di quel dottore che sarebbe poi diventato tuo marito, dandoti la luce in tanti modi. Il tuo sguardo sereno e pacato aveva un sorriso di fondo che significava comprensione e saggezza.
Continuando a frequentarci era evidente che io non fossi cambiata poi tanto, sempre alla rincorsa di qualcosa che mancava o alla ricerca di un riparo e un rimedio alle incompiutezze ed imperfezioni lasciate lungo il cammino. Tu invece avevi capito già alla prima maternità che la vita scorre lasciando qualcosa di incompiuto che forse si compirà in seguito o forse non si compirà affatto, semplicemente perché il suo compiersi è diverso da come lo crediamo. Io questo lo capivo ma non riuscivo a rassegnarmi. La notte i fantasmi del passato mi visitavano ricordandomi che avrei potuto essere, avere e non sono stata. Serviva solo ad alimentare un’insicurezza atavica, con cui non mi restava che far pace.
-“Una cosa però. Ti ricordi quella volta che sei collassata sul tavolo del bar dove stavamo bevendo come spugne da ore? Un attimo prima di crollare, facendomi oltretutto prendere uno spavento non da poco, stavi cercando di dirmi qualcosa. Cos’era?”
E tu mi hai guardata ancora, con lo sguardo che hanno certi vecchi quando, molto tardi la sera, i cuccioli del gruppo gli continuano a fare domande. Sorridendo e raccogliendo i pensieri come se fossi molto stanca. Poi mi hai detto: “Allora tu eri innamorata di un uomo che era fidanzato e senza saperlo, per dimenticarlo, sei andata a letto con la sua ragazza. Quando io l’ho saputo non ho capito se fosse giusto o meno che te lo dicessi ed ho preferito tacere. Anche oggi non so se sia giusto che tu lo sappia, ma a volte ai rami degli alberi capita di piegarsi in un modo che nessuno riesce a spiegare, eppure può essere molto bello.
Non interessa a nessuno se sia giusto o meno. Né se dipenda dal vento o dal sole. Gli alberi sono vivi e certe volte possono permettersi di fare proprio come gli pare”.
Valentina Carrabino
VIII
Nei giorni a seguire Clara si fece sentire poco ed io cominciai ad insospettirmi. Un po’ per sdrammatizzare, ma fondamentalmente per affrontare l’argomento, le dissi che non stavo uscendo con quella biondina e che non era il caso che facesse la gelosa.
Lei rispose in maniera evasiva e mi evitò ancora per qualche tempo.
Non sono una a cui piace aspettare e questo limite mi ha causato non pochi problemi nella vita. Quante volte avrei dovuto ponderare, respirare a fondo e valutare il da farsi invece di gettarmi a capofitto con l’ansia di dover capire, sapere, fare, dire, amare tutto e subito!
In quel periodo però molte cose stavano cambiando nella mia vita e lasciai passare ancora del tempo prima di riaffrontare Clara. Mi ero da poco trasferita in una nuova casa ed avevo un mucchio di cose da fare per sistemare il nuovo spazio. Inoltre avevo avuto un’opportunità di lavoro che mi avrebbe portato ad allontanarmi da Clara, ed anche da Bruno ovviamente, e non sapevo come dirglielo. Così temporeggiavo e riflettevo sulle decisioni da prendere.
Il giorno che avevo preso la mia decisione di lasciare quel lavoro per accettare una proposta altrove, andai diretta nella stanza di Clara. Volevo dirlo a lei prima che ai miei superiori o all’ufficio del personale. Lei era di spalle nel corridoio intenta a fare fotocopie e non si era accorta della mia presenza. Mi misi ad osservarla con curiosità Aveva sempre i suoi tacchi altissimi e si muoveva armoniosamente, come seguendo una musica interiore. La cosa sembrava essere estremamente gradevole perché aveva un’espressione beata e serafica. Mi stupii decisamente e rimasi a guardarla senza farmi notare. Quando ebbe finito con le fotocopie e si incamminò verso la sua stanza ebbi la netta impressione di sentirla mugolare. Cosa diavolo stava succedendo? Cosa mai poteva esserci di così piacevole in una fotocopiatrice? Pensai che forse stava parlando al telefono con qualcuno tramite un auricolare ma non era così. Camminando ancheggiava lentamente e continuava a darmi l’impressione che stesse godendo. Ma non potevo crederlo possibile. Vinta dalla curiosità mi avvicinai e la fermai prima che potesse entrare nel suo ufficio. Il suo sguardo invasato mi atterrì e cominciai a pensare che stava diventando pazza sul serio. Aveva un’espressione inverosimilmente maliziosa e mi guardava come se io la sapessi lunga in proposito. Sgranai gli occhi con fare interrogativo e le chiesi cosa diavolo stesse combinando e se dovevo preoccuparmi. Lei rispose che quelle palline che le avevo regalato non solo potevano essere usate in qualunque momento ma anche in qualunque posto. “Di lavoro” aggiunse e poi con un sorriso splendido ritrovammo tutta l’intimità e la complicità che temevo aver perso.
Dopo il lavoro andammo insieme a fare due chiacchiere in una biblioteca caffè dove si può anche degustare un buon bicchiere di vino annusando l’inconfondibile odore della carta stampata, che a me è tanto caro. Era sempre stato il mio sogno aprire una libreria dove si potessero anche consultare libri e, nello stesso posto, una vineria dove si potessero anche degustare vini. Mi sembrava un connubio perfetto ma mi avevano rubato l’idea imprenditori più scaltri e dotati di pecunia e proprio in quegli anni dilagava la moda per posti del genere. A me non rimaneva che frequentarli e consolarmi criticando l’arredamento inadatto o il poco gusto nella scelta dei quadri. Avrei saputo fare di meglio. Se solo mi fossi imbarcata nell’impresa.
- “Pare abbiano identificato le sequenze codificanti responsabili della formazione dei corpuscoli di Krause. Ad oggi sono disseminati sulla superficie del clitoride e del glande ma, visti i progressi della scienza, in futuro si potranno moltiplicare su tutta la superficie della pelle”.
- “Ma di che diavolo parli? Sei posseduta?”
- “E’ scritto qui. Leggo testualmente: Lo stelo del clitoride, la corona ed il solco del glande sono rivestiti di corpuscoli di Krause, ricchissimi di terminazioni nervose. Quando vengono sollecitati, liberano nel cervello un potente flusso di endorfine. L’articolo conclude sottolineando che uomini e donne ne hanno in egual numero. Siamo uguali davanti a madre natura che dona il piacere sessuale. Ma ci pensi che meraviglia se si riuscisse davvero a disseminarli su tutto il corpo?”
- “Clara io ho come l’impressione di aver creato un mostro. Insomma le palline al lavoro, i corpuscoli di Krause, mi stai diventando una fissata?”
- “Niente del genere. Mi sto solo documentando. Tu mi hai aperto la porta di un mondo che non conoscevo ma ora me la gioco a modo mio. Qualcosa in contrario, vecchia babbiona?”
- “Assolutamente niente, anzi voglio che tu mi tenga informata il più possibile perché l’argomento interessa molto questa vecchia babbiona che ti vuole tanto bene!”
Ci vollero un bel po’ di bicchieri perché finalmente parlassimo un po’ di noi. Io le raccontai che negli ultimi tempi mi ero un po’ chiusa e che non stavo frequentando più nessuno e lei mi confessò che era rimasta parecchio colpita dalle mie tendenze bisessuali e, pur non volendo ammetterlo nemmeno a se stessa, aveva dubitato persino della nostra amicizia. Lo disse un po’ di sottecchi, con gli occhiali scesi lungo il naso che quasi le facevano da copertura, ma aveva un’espressione dolce e dispiaciuta che mi intenerì enormemente. Non volevo e non potevo prendermela ma desideravo capire meglio cosa le era sembrato strano e perché non aveva avuto fiducia nella nostra possibilità di parlarne e chiarirci appena successo. Le chiesi quindi di spiegarmi cosa aveva provato quella sera lasciandomi con quella ragazza.
Mi disse che non era del tutto sicura che io le stessi chiedendo con lo sguardo di andare via con la nostra amica in modo da lasciarmi sola con Giulia. Ricordo che pronunciò il nome di quella ragazza con un’enfasi che mi suonò fuori luogo. Poi aggiunse che essendo ubriaca anche lei non ci fece troppo caso e se ne tornò a casa con una vaga idea che io avevo mostrato attrazione per una donna. Non si spiegò la cosa e sicuramente non le tornava qualcosa perché non aveva mai avuto dubbi sul fatto che mi piacessero i ragazzi. Così si rimise a pensare a tutte le storie di cui le avevo parlato e c’erano sempre di mezzo uomini. Ne era assolutamente certa. Dunque da dove mi usciva questa tendenza omosessuale? Pensò anche che magari aveva travisato tutto e sperò di chiarire la cosa quanto prima. Poi ci fu la mia telefonata ed il racconto nei minimi dettagli di quella nottata di sesso con una donna. Era sicura di aver capito bene stavolta. Non c’era molto da travisare ed ero stata fin troppo esplicita. Inoltre quel regalino da sexy-shop non sapeva davvero come collocarlo. Era forse un approccio da parte mia anche nei suoi confronti? Ci stavo forse provando? L’idea la colse alla sprovvista e non riuscì a trovare il coraggio di chiedermelo in maniera diretta. Ma non trovò la forza nemmeno di chiedermelo scherzandoci su. Ne rimase solo sbalordita e sconvolta. Ripose dunque da qualche parte del suo subconscio quella sensazione sgradevole provata al solo pensiero che io e lei potessimo fare sesso insieme, senza nemmeno un maschio di mezzo. In buona sostanza per Clara il sesso non aveva senso senza almeno un fallo!
Poi aveva iniziato ad usare quelle palline ed aveva scoperto che il sesso non era esclusivamente o necessariamente un uomo che penetra una donna. Apprezzò la cosa e me ne fu grata ma il sospetto che io tentassi di iniziarla alle gioie dell’amore lesbico si ingigantì notevolmente.
A questo punto Clara assunse un’aria grave. Si alzò, ordinò una nuova bottiglia – la terza - e quando tornò a sedersi sembrava una che stava per andare a morte. Io la guardavo e non capivo. Riflettevo su quanto mi aveva appena detto e mi rendevo conto che non doveva essere stato facile per lei affrontare tutto da sola ed inoltre non mi ero resa assolutamente conto dei sospetti che aveva nei miei confronti. Quindi provai a spiegarle che non era assolutamente mia intenzione dedicarmi ad oltranza alle femmine, pur avendo ancora un ricordo bellissimo delle sensazioni provate con quella ragazza. E sicuramente non provavo attrazione sessuale nei suoi confronti. La amavo di un amore affettuoso e fraterno. Le volevo un gran bene e la sentivo molto vicina a me ma non mi sarei mai sognata di portarmela a letto. Risi dicendolo ed aggiunsi che però non si può mai sapere cosa ti va a capitare: “La vita è una tale sorpresa!”
Alla mia battuta, che aveva lo scopo di smorzare un po’ la tensione, Clara reagì impallidendo. Ero preoccupata davvero e non sapevo più cosa pensare. Non mi credeva forse? Aveva paura che da un momento all’altro le potessi dare un bacio o peggio una tastatina? Avevo l’impressione che lei stesse cercando di dirmi qualcosa ma non trovava la forza di farlo e non sapendo da dove cominciare continuava a trangugiare vino.
Allora capii che dovevo fare qualcosa.
- “Clara qualunque cosa sia puoi dirmela. Ti prego non aver paura di me o delle mie reazioni”
La guardai fissa negli occhi e lei sembrava sul punto di piangere. Poi fece un gran respiro e cominciò: “…ecco, in realtà c’è una cosa che non so proprio come dirti. Ed è a causa di questa cosa che non ti ho più cercata. Non avevo il coraggio di affrontarti. Non sapevo come avrei fatto a stare con te senza dirtelo ma non ero sicura che fosse giusto dirtelo. E così mi sono dileguata. Scusami per questo”. Deglutì ed io notai come in quel momento i suoi occhi non avessero alcuna espressione.
Fuori ci fu un gran tuono ed io girai la testa per vederne il lampo. Ebbi come l’impressione di sentire un tonfo sordo. Appena rivolsi nuovamente lo sguardo su Clara la sua testa era riversa sul tavolino. Le mani lungo il corpo e non dava alcun segnale di vita.
Il cielo invece a volte ha qualche cosa di infernale (Franco Battiato)
VII
In un libro ho letto che le donne come me amano ritrovarsi sempre in situazioni impossibili. L’inattuabilità delle relazioni amorose le spinge ad iniziare storie a cui non avrebbero dato credito se solo fossero state possibili. Ci ero dentro fino al collo. Solo una settimana prima mi ero invaghita di un uomo in gamba e molto attraente ma a renderlo oggetto del mio amore era bastato che lui pronunciasse la frase fatidica in cui diceva che era fortemente attratto da me ma, non essendo disposto a rinunciare alla sua donna, le cose tra di noi non potevano succedere. Rapita dal languore per quell’amore incompiuto mi struggevo al pensiero che non era colpa mia se non riuscivo a vivere in maniera completa, o semplicemente matura, quella storia. Cercavo scuse alla devastante insicurezza che poco a poco andava divorandosi residui di cellule vive e desiderose di uno scambio alla pari, di un confronto costruttivo. Nel buio del mio inconscio sentivo di non essere all’altezza di una situazione amorosa che avesse possibili sbocchi nel futuro. Avevo il terrore del lungo termine e non ero abituata a condividere se non l’effimero del passeggero.
Alla disperata ricerca di un corpo a cui abbandonarmi per dimenticare le mie impotenze sentimentali fui attratta da quella Giulia portatami dal destino come una domanda a cui cercavo invano di dare risposta.
Dopo quella notte incantevole passata insieme non ne seppi più nulla. Inoltre lei se ne andò in piena notte per tornare a casa dal suo uomo a cui probabilmente non avrebbe mai confessato niente dell’accaduto. Con buone probabilità non avrebbe mai ammesso nemmeno a se stessa che quella notte era stato davvero bello godere insieme ad una donna. Oppure avrebbe tenuto nel fondo del suo corpo le sensazioni provate per dargli una spiegazione in età avanzata. Non era disposta a rinunciare alla sua realtà ed evidentemente non ero abbastanza speciale perchè il mio sorriso diventasse per lei irrinunciabile.
Pioveva molto in quei giorni ed i coriandoli del Carnevale sulle strade si inzuppavano di acqua diventando tristi. A me pareva che il cielo piangesse.
Mi stavo deprimendo sul serio. Tutti gli uomini di cui mi innamoravo e con cui volevo vivere una storia continuavano a ripetermi la stessa solfa: “Sei una persona meravigliosa. Sei eccezionale. Meriti di più”
Come diavolo facessero a trovare la faccia tosta ed il barbaro coraggio di affermare che ero tanto speciale e subito dopo dimostrare che avrebbero fatto a meno di me, non me lo sono mai spiegata. Inconsistenza delle dichiarazioni maschili. Mai dargli credito. Ecco cosa mi ha insegnato la vita. Ad indurire il cuore. A non credere alla meraviglia dell’amore. A non dare credito alle emozioni perché tanto passeranno senza lasciare altro che residui di colore sbiadito.
Fu allora che mi venne in soccorso l’incontro con un amico dei tempi in cui facevo l’attrice dandomi una scossa considerevole.
Lo rividi per caso all’inaugurazione di un libro scritto da un mio ex compagno di università. Il libro pareva una vera scemenza ed io non ricordavo neanche bene cosa avessimo condiviso io e quel tale che quella sera, presentando il suo testo, si dava tante arie. Sicuramente ero rosa dall’invidia. Sognavo da anni di pubblicare le mie storie ma non riuscivo ad ottenere il benché minimo interesse dalle case editrici a cui le proponevo, né alcuna risposta confortante dai mille concorsi a cui partecipavo. Mentre mi dirigevo sbalordita e nauseata verso il tavolo con le bevande per soffocare la nera invidia nell’alcol, mi sentii chiamare alle spalle. Era Mercurio, un gigantesco gay che conoscevo da tanti anni ma che non frequentavo da qualche mese. Ricordo che eravamo nella stessa compagnia teatrale quando lui scoprì la sua omosessualità. Successe ad un gay pride: si guardò intorno e provò attrazione per la maggior parte degli uomini presenti; quindi chiamò tutti i suoi amici gridando di essere gay. Era sinceramente felice di quella scoperta. Di lui mi ha sempre affascinato la capacità di vivere le emozioni e gli scossoni della vita con lo stupore e la meraviglia di un bambino. Inoltre la sua risata chiassosa e contagiosa mi ha sempre messo di buon umore.
Parlammo un poco bevendo vino bianco. Io gli vomitai tutta la mia depressione lamentandomi che nessuno e nessuna mi volevano per più di una notte. Lui mi lasciò finire. Poi disse serio: “A me la vita mi ha dato un bello schiaffone. Sono sieropositivo. Ma sai che c’è? Che non ho voglia di disperarmi e di mollare le braghe. Tutt’altro! Me la voglio godere finché dura. Le medicine ci sono. Io le prenderò finché avrò la forza e poi me ne andrò al mare”.
Rimasi sbigottita da tanta forza d’animo. Lo avevo sempre considerato un bambinone cresciuto. Un orso gigante con cui spassarsela e ridere in allegria, invece mi ritrovavo davanti un uomo che aveva analizzato la sua situazione e aveva preso una decisione ammirevole. Affrontava la sua malattia con coraggio pur conoscendola bene perché era stato insieme per tanti anni con un ragazzo sieropositivo, lo stesso che gli aveva trasmesso il male infingardo del nostro secolo che ti colpisce proprio quando godi, per punirti di quei pochi attimi di piacere rubati allo scorrere disarmante dell’esistenza.
Quella sera tornando a casa ricordo che guardai il cielo e mi sentii infinitamente piccola. Pur così insignificante ognuno di noi è capace di contenere emozioni che sono in grado di rimpicciolirlo o di ingigantirlo enormemente. Parlare con Mercurio aveva ridimensionato i miei drammi; mi rendevo conto che, comparate con la realtà che stava affrontando lui, le mie beghe sentimentali erano piccola cosa. Sapevo che comunque erano importanti perché significavano molto per me e c’era in ballo il mio amor proprio ma capii che non valeva davvero la pena di deprimersi per un uomo ed una donna che potevano fare a meno di me.
Cambia il tempo, pioverà. Cambia il giudizio che degli altri ci si fa. Cambia il viso di chi ci sorrise e poi fuggì. Sai, il mondo segue il volo delle nuvole e niente resta uguale qui. Ma non sempre andrà così. Quanta gente cerca novità. Cambia in continuazione direzione. Vive di coriandoli. (Mina)
VI
- “Clara? Ciao. Ti va di vederci a Villa Celimontana fra una mezzora? Ho un regalino per te. E pure qualche cosina piccante da raccontarti!”
- “a dopo allora. Ciào.”
Dissi quel ciao enfatizzando la a. Tutto il mondo mi pareva aperto. Anche le vocali dovevano adeguarsi. Avendo studiato ed anche insegnato dizione so bene che la a non ha accento grave né acuto ma in quel momento mi pareva che potesse percepirsi una differenza e decisi che se la percepivo io, esisteva sul serio. Delirio di onnipotenza. A 33 anni rivivevo l’emozione di quando bambina mi ero innamorata di un corpo di donna. A differenza di allora avevo perso gran parte dell’ingenuità ed il desiderio si era talmente impadronito di me e dei miei istinti da annientare ogni timidezza.
Ero appena uscita da un sexy-shop con la scorta per far godere un centinaio di donne ed un regalino speciale per la mia amica Clara che andava un po’ traumatizzata per poterle far accettare che la sua amichetta era momentaneamente diventata lesbica.
Sapevo che lei era di ampie vedute e apprezzavo la sua apertura mentale ma semplicemente non ci era abituata. Lo sentivo e non volevo ferirla.
Appena arrivata le feci un sorriso raggiante a cui rispose con un’espressione tra il complice ed il traumatizzato. Evidentemente aveva capito tutto.
Tirai fuori dalla busta il regalo per lei. Si distrasse cercando di immaginare cosa diavolo potesse essere. Sapevo che non avrebbe mai indovinato che si trattava di Orgasm Vibrating Balls, ovvero due magnifiche palline da introdurre nella vagina da far vibrare a proprio piacimento stabilendo la velocità di vibrazione con un telecomando apposito. Piccole e comode potevano essere usate in qualunque momento.
Appena scartò il regalo mi guardò perplessa e un secondo dopo si accigliò dicendomi: “Così ora tu hai ricominciato a scopare e a me regali i palliativi? Guarda che a me mi piace sempre e ancora il cazzo e facevi meglio a regalarmene uno di formato gigante!” Ridemmo insieme e subito le dissi che quelle palline erano responsabili di alcuni tra i miei più favolosi orgasmi. Le avevo testate io anni prima e garantivo che il risultato non era paragonabile ad alcun membro maschile. Semplicemente era una cosa differente. Con un semplice gesto ci si riappropriava della propria sessualità e la si gestiva senza bisogno di dover dipendere da un maschio, o meglio da un fallo. Inoltre le ricordai che io e lei eravamo speciali e che meritavamo emozioni speciali. Quel regalo ne era la prova.
“Smetti di fare la difficile e provale: poi mi saprai dire. Ora piuttosto stammi a sentire perché ho da raccontarti una nottata di passione con una femmina incantevole!”
IV
“Non è successo niente”.
E’ niente quando si sta così bene insieme?
Io e lui seduti uno di spalle all’altra. Lui è davanti a me. Io gli massaggio la schiena, gli carezzo la pelle. Strati di tessuto ridondanti vengono presto eliminati. Io lo contemplo non vista. Lo annuso, lo desidero. Scopro i continenti disegnati sulla sua spalla destra. “Non impressionarti per la macchia. E’ un neo, anche se così esteso. Si chiama Nevo di Beckett”.
“Samuel?” chiedo io con gli occhi accesi dalla scoperta. Adoro subito quel neo. E’ come una creatura vivente intenta a disegnare paesi da scoprire. Viene voglia di esplorare quel continente e di attraversarlo in corsa. Una corsa fra le fronde alte. C’è vento ed io corro sulla terra scura e morbida. Zolle in cui affondare i piedi nudi. Calore che sale dal basso.
Lui non si accorge delle mie esplorazioni. Io sono altrove, dentro le cellule della sua pelle. Sto nuotando in un fiume che attraversa una foresta. Mi appoggio ad un tronco spezzato. Intravedo un ponte. Mi serve per non concedere al mio cervello di triturare pensieri e paure. Mi ci aggrappo perché non posso continuare a gettare cenere sul fuoco delle mie passioni.
Ho gli occhi colmi del colore della sua pelle, come mandorla intatta da mangiare, da gustare, da cogliere. Lo voglio con l’ardore di un fiume in piena sovrastato da un cielo limpido in cui disegni lievi di nuvole scorrono senza fretta. Il paradosso ed il disequilibrio sono la mia natura. Convivo con gli squilibri e le assurdità. Le amo perché mi restituiscono concretezza.
Questa sono io. Immersa in una realtà impossibile, sognatrice ad occhi aperti, mentre le mie mani sono sul suo corpo e lui mi lascia fare.
With a palm full of stars
I’ve thrown them like dice on the table
Repeatedly
I’ve shacked them like dice and thrown them on the table
Repeatedly
Until the desired constellation appears
(Bijork)
La tua testa tra le mie mani ed io ti chiedo di fidarti di me. Lo so che non è facile. Anche tu lo sai. Mi racconti che spesso ti rimproverano di non essere in grado di perdere il controllo. Voglio che tu lo faccia ora con me. Non serve essere insistente. Non sono ottusa. So bene che non è facile. Eppure la tua testa è ancora fra le mie mani. I pensieri leggeri come petali. La tua pelle che accarezzo ancora mi regala emozioni e mi racconta di continenti lontani che non ho mai visto, mi porta il sapore e l’odore di mondi ignoti. Mi perdo fra le pieghe della tua pelle, danzo tra le tue spezie e respiro il silenzio.
Poi, piano, ti racconto qualcosa di me. La mia voce è calda e tu mi ascolti ad occhi chiusi. Io seguo le scosse appena percettibili delle tue ciglia. Tu lasci che il peso della tua testa si appoggi alle mie mani. Io sento che posso stare così una vita intera.
Invece so che tutto questo durerà poco e svanirà presto.
Forse l’ho solo sognato. Non so più bene quale sia il confine fra il mondo immaginato, in cui io e te nuotiamo nel verde smeraldo di isole coralline, e la realtà delle tue parole come lame a ricordarmi che ami un’altra e non vuoi rinunciare a lei.
E poi aggiungi, come una giustificazione: “Tu meriti di più. Meriti qualcuno tutto per te. Giorno e notte”. Io odio ascoltarti. Rimuovo le tue parole ed affondo nelle pieghe della coperta a cui ti sei appoggiato. Mi annuso le mani cercandoti.
All I ever wanted, all I ever needed is here in my arms. Words are very un-necessary: they can only do harm. (Depeche Mode)
III
Un pomeriggio lento e ozioso un’amica mi propose un cinema. Accettai senza nemmeno chiedere cosa avremmo visto. Sapevo solo che si trattava di un film in lingua originale e ciò mi bastava. Ero triste per via del languore che ogni incontro con Bruno mi creava. La nostra storia andava indietro, proprio come le storie che non si concedono di sbocciare. Ed io cercavo un diversivo. Uscii in bicicletta con l’intenzione di attraversare la città e gettarmi nella folla. Volevo che i miei pensieri pesanti diventassero inconsistenti. Volevo scoprire un modo per essere superiore a quel languore, a quella tristezza bassa e fitta che non mi lasciava più.
Al cinema venne anche Clara; si presentò raggiante sui suoi tacchi altissimi. Solo lei era capace di portare tacchi a spillo tutto il giorno e, appena arrivata a casa, togliersi i braccialetti e gli anelli ma non le scarpe. La ammiravo e la prendevo in giro per questo ma in realtà mi seduceva il modo che aveva di gestire il suo corpo.
Quel pomeriggio fui davvero felice che ci fosse anche lei. C’era qualcosa nel suo sguardo che mi alleggeriva l’anima. A volte mi calmava, altre mi avvolgeva. Era una sensazione che non so spiegare eppure bellissima. Ma capita spesso di non riuscire a spiegare le emozioni più belle e pure. Succede perché spiegare vuol dire filtrare. La comunicazione, scritta e parlata, passa attraverso un filtro, costringe le emozioni ad attraversare canali che non sono fatti della loro stessa materia. Emozioni aeree e inconsistenti perdonatemi se voglio sempre raccontarvi. Non è mia intenzione ingabbiarvi. Al contrario, vorrei darvi ali per volare più lontano, oltre me. Ma questa è un’altra storia.
“e la mia vela nel vento. E il vento che mi risponde. Venga la pace dal mare lontano. Venga il silenzio dalle onde” (Sergio Cammariere)
In bici c’era vento ed il cielo si faceva guardare. Bello di un blu intenso e limpido sfiorava i miei pensieri che cominciarono subito a galleggiarci in mezzo. Erano come sospesi a palloncini pieni d’elio. Correvano verso l’alto, sfidavano la forza di gravità, si allontanavano dandomi l’ebbrezza della libertà. Al cinema però non riuscimmo a trovare posto tutte insieme e così fummo costrette a separarci. Fui sorpresa dal fatto che la nostra amica comune diede per scontato che io ed Clara ci saremmo sedute vicine, ma così facemmo senza trovarlo strano. Nemmeno lei sapeva nulla della storia che ci accingevamo a vedere e mi fece tenerezza che anche in quell’occasione ci eravamo comportate in maniera simile.
Il film si svolgeva in Africa. Fin dalla prima inquadratura fu chiaro che non sarebbe stato facile per lei vedere tutto il film senza nemmeno una lacrima. Io lo capii e, cercando di sdrammatizzare, dissi subito che non avevamo fazzoletti e che quindi avrebbe dovuto contenersi. Lei era già altrove e non ebbe la forza di sorridere. Io ne soffrii.
Fare il pagliaccio era il mio modo di reagire alle situazioni che non riuscivo a gestire. Facevo le facce buffe e le voci strambe, un paio di battute e tutto svaniva in una risata. Rimaneva l’eco lontana di un dolore evitato ma non risolto. Ci avevo fatto l’abitudine. Non riuscivo ad evitarlo. Clara lo sapeva e spesso le faceva bene stemperare un po’ l’emozione. Anche lei usava l’ironia per smorzare i momenti difficili. Ma quel pomeriggio stava per accadere qualcosa di inaspettato.
Eppure niente capita per caso. Io non ci credo che le cose succedono e basta. Le cose succedono, è vero, ma c’è sempre un motivo. Tutto scorre e scorrendo riporta indietro ciò che è rimasto, ciò che non si è compiuto, ciò che meritava di essere vissuto.
II
Sul lavoro avevo conosciuto una ragazza che era una vera forza della natura. Appena la vidi pensai che era pazza e che aveva un gran bisogno di scopare. Poi diventammo amiche e scoprii che era folle, come solo i pazzi che ridono sanno essere, e che altrettanto pazza era la sua voglia di scopare.
Come capitava anche a me, il corpo e gli ormoni le gestivano la vita. La sua anima era dolce ed incredibilmente generosa. La amai subito. Ci frequentammo con gioia e ci divertimmo a guardare gli alluci ed i pollici di ogni ragazzo che conoscevamo perché avevamo sentito dire che erano in proporzione con le dimensioni del pene. Ridevamo spensierate e ci emozionavamo come bambine davanti alle capriole nell’aria di bolle di sapone e coriandoli.
Lei amava mamma Africa di un amore viscerale e doloroso. Aveva vissuto lì ma ne era tornata pur di scappare da una situazione sentimentale soffocante. Io mi ci ero innamorata sotto il cielo stellato d’Africa. Era un uomo con cui volevo avere dei figli. Non mi era mai successo prima. Avevamo avuto una strana, lunga storia a distanza. Poi ci siamo trovati a convivere e non siamo riusciti più ad incastrarci. Lui aveva il cuore di un bambino. Ed anche il comportamento. Era un uomo in potenza ma al tempo della nostra storia non riusciva a prendersi alcuna responsabilità. Io invece avevo altri desideri. Scoprivo per la prima volta il desiderio di costruire qualcosa con un uomo, la voglia di percorrerci insieme un tratto di strada, volevo una famiglia. Non eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Ci amavamo ma non potevamo andare oltre insieme. Così ci lasciammo. Fu doloroso ma, come capita alle scie lasciate dal passaggio di una barca sull’acqua, dopo un po’ scompaiono, le ferite si rimarginano e non ricordi neanche più bene che forma aveva quel solco che credevi indelebile.
Io e Clara, la ragazza con cui condividevo una criniera leonina, la passione per l’Africa, le bolle di sapone, i giochi infantili, la danza scatenata al ritmo di percussioni ruggenti e la malinconia per l’amore che ci era sfuggito davanti agli occhi, offuscato dalle lacrime, continuavamo a passare tanto tempo insieme. Era un bel tempo. Io le parlavo del mio amore impossibile e lei mi raccontava di come le fosse difficile dimenticare il suo recente passato e finalmente guardare altrove.
In quel tempo ci unimmo tanto che diventammo telepatiche una con l’altra. Per istinto sapevamo quando una di noi piangeva. E ci mostravamo disponibili all’ascolto sempre quando sentivamo che l’altra ne aveva più bisogno.
Ero felice di averla conosciuta. Avevo voglia di viaggiare con lei.
Gli impegni di lavoro ce lo impedivano ma noi continuavamo a programmare questo viaggio speciale. In Africa certo, alla scoperta della terra a cui sentivamo di appartenere, a cui ogni cellula della nostra pelle era appartenuta nel passato ignoto che ogni corpo si porta dentro. Una voce che percepivamo interiormente ci sussurrava le meraviglie che avremmo incontrato e noi l’assecondavamo con la fantasia e con l’intenzione sincera di far diventare presto realtà quel sogno narratoci dalle nostre anime precedenti.
Nonostante i numerosi impegni e la stanchezza fisica cercavamo di trovare sempre il tempo per regalarci qualche momento speciale: una passeggiata, un raggio di sole, una canzone da godersi fino all’ultima nota, una lacrima più leggera perché condivisa.
Mi sentivo fortunata perché il mio cuore non si era inaridito. Nonostante le numerose delusioni sentimentali non mi ero costruita barriere tutt’intorno. Avevo lasciato entrare un’anima dolce e la cosa mi riempiva di commozione.
Sicuramente eravamo entrambe poco disponibili ad aprire il nostro cuore ad un uomo, ed allo stesso tempo eravamo tutte e due incapaci di gestire un’emozione amorosa. Eppure coccolavamo queste nostre mancanze, questi limiti creati dall’amarezza vissuta nel recente passato e cercavamo di perdonarci per questo. Insieme era sicuramente più facile.
I
Il carnevale è il tempo della festa, quello in cui tutto è lecito e ci si possono concedere quelle cose che normalmente non si fanno o non si osa nemmeno desiderare.
Il carnevale è la mia festa preferita.
Era il carnevale dell’anno in cui avevo ripreso a stringere la mia vita fra le mani. La sensazione di appartenermi e di essere unica responsabile di me stessa e del mio destino mi inebriava e, come un vento forte, spazzava via ogni altro pensiero, dolore, malinconia.
Finalmente non dipendevo da niente e da nessuno; gestivo la mia vita giorno per giorno, senza piani a lungo termine né scadenze soffocanti. Tutto scorreva piacevolmente lieve.
Ero serena. Le note della canzone di quei giorni erano “I wanna rule my destiny” (Buju Banton)
Durante quel carnevale però il mio cuore si arrese all’amore. Una volta ancora si concesse di abbandonarsi a quel vortice di sensazioni incontrollabili che spiazzano e spazzano via tutto ciò che pensavi di aver costruito fino ad allora. Proprio come un soffio di vento: inaspettato, forte, sconvolgente. E come il vento quando passa non lascia nulla com’era prima, anche io dopo quella tempesta mi ritrovai ferma davanti allo specchio a guardare una me stessa che non conoscevo più.
Lui era davvero una bella persona, dentro e fuori. Lo avevo conosciuto sul lavoro e da subito una ventata di forti vibrazioni mi si era scatenata dentro. Anche lui sembrava essere stato colto dalle stesse emozioni. Ci cercavamo con ogni scusa. Poi ci siamo trovati. Ma non era il nostro tempo. Il destino ci giocava uno scherzo crudele: lui era già impegnato. Conviveva felicemente con una ragazza che aveva lo stesso nome della mia migliore amica. La stessa che continuava a dirmi che dovevo smettere di pensare a lui perché meritavo una storia completa e non una cosa a metà con uno innamorato di un’altra. Io mi rendevo conto che Giulia aveva ragione eppure non riuscivo a smettere di pensare a lui. Lo immaginavo nel mio letto. Ci parlavo come se fosse accanto a me. Poi lo vedevo nella pausa caffè ed i nostri occhi si incontravano. Dio, c’era una magia speciale in quegli sguardi. Ci passava di mezzo un mare in tempesta, un mondo di nuvole che correvano veloci dalle mie ciglia alle sue palpebre. Io mi sentivo viva. Il mio cuore palpitava.
Poi ne abbiamo parlato perché era evidente ad entrambi che stavamo andando verso una situazione difficile da gestire. Scivolavamo verso un ignoto che era tanto spaventoso quanto delizioso ed affascinante. Io volevo gettarmici a capofitto: quando ero sola ragionavo e ponderavo, decidendo che l’unica cosa saggia da fare era evitare ogni contatto; quando ero con lui volevo stargli vicino il più possibile.
No, non era solo attrazione fisica. Non era neanche solo bisogno di condividere delle tenerezze. Nemmeno la pura gioia di aver incontrato un’anima in sintonia con la mia. Era tutto questo e anche di più. In più c’era tutto l’incompiuto che avrebbe potuto compiersi e che però non si compiva se non nei miei sogni.
Vivevo sdoppiata fra la realtà e la struggente fantasia. Ogni volta che ne parlavo con lui o ci trovavamo soli però notavo che anche lui provava emozioni simili. Diverse erano le angosce che lui viveva a causa della sua realtà di coppia. Eppure anche lui sembrava portarsi dentro quel peso dell’incompiuto. Tutto avrebbe potuto succedere.
Ci avvicinammo in quei giorni. Ci accostammo. Nelle stanze vuote, negli ascensori in corsa, sotto i tavoli. Fugaci carezze, baci rubati, contatti di spiriti e di corpi. Come masse incandescenti noi due facevamo scintille appena vicini. Eppure non potevamo. Ciò che desideravamo non si poteva fare.
Eccetto a carnevale.
Robert Hooke ha scoperto che “una molla, se non viene sottoposta ad attrito ed altre variazioni, è destinata a perseguire il suo movimento oscillatorio all’infinito”.
Così anche noi. Continuiamo ad oscillare, a dondolare, sempre alla stessa velocità, sempre la stessa andatura, sempre la stessa energia impiegata per compiere sempre gli stessi movimenti. E così all’infinito.
Come se seguissimo continuamente la traiettoria di un ottovolante, sempre un giro e poi il suo inverso, e ancora un giro. E poi un altro giro nel verso opposto. Se non intervengono agenti esterni, puoi continuare all’infinito. Sempre uguale, sempre alla stessa velocità, sempre la stessa andatura, sempre la stessa energia impiegata per compiere sempre gli stessi movimenti.
“Vuoi sapere come funziona il meccanismo base della memoria?”
“Lo hai letto su quella rivista scientifica? E pretendi per questo che sia vero?”
“Uffa. Prima di iniziare a criticare, ascolta. Innanzitutto l’intera questione si può suddividere in tre fasi distinte: la registrazione, l’archiviazione ed infine il recupero. Pare che il cervello sia in grado di operare una selezione fra i ricordi utili e quelli da scartare. Pare che tale criterio sia desunto dal numero di volte in cui viene richiamato alla memoria lo stesso particolare”
“Insomma tanto più ripetiamo e tanto più siamo in grado di ricordare? Non mi sembra una gran scoperta”
“Una volta selezionati gli eventi che vale la pena di ricordare il cervello rende permanenti le connessioni fra i neuroni collegati a quel particolare, laddove tali connessioni sarebbero altrimenti rimaste temporanee”
“Ecco che ci risiamo. Il solito pregiudizio scientifico sulla temporaneità. Secondo la filosofia Zen tutte le cose sono transitorie, e quindi la natura temporanea non è vista come una limitazione”
“Questo lo so. Perché me lo hai ripetuto un numero temporaneo ma eccessivo di volte. Lo so perché il mio cervello ne ha desunto che è un’informazione utile. Ora, riesci per un momento a staccarti dal tuo credo Zen ed a seguirmi?”
“No Ipazia. Temo di essere davvero troppo deconcentrata per seguire i tuoi articoli scientifici. Non prenderlo come un affronto personale ma ho davvero la testa altrove.”
Ipazia sbuffò un poco e riprese a leggere la sua rivista ed a bere il suo the, soffocando fra i denti le domande con cui avrebbe voluto chiederle spiegazioni. Cosa significa altrove? E dove? Dimmi Sara, c’è qualcosa che ti preoccupa? Non pronunciò nessuna di queste frasi perché sapeva che quando, come in quest’occasione, lei ammetteva di essere deconcentrata doveva avere una grossa preoccupazione. Inoltre credeva che sarebbe stata lei stessa a dirle di più, quando e se lo avesse ritenuto opportuno.
Aveva imparato a non forzarla molti anni prima.
Era successo una volta che avevano deciso di concedersi una pausa dal fragore frettoloso della quotidianità. Ipazia aveva proposto a Sara un fine settimana in un centro benessere.
“Il programma, intitolato Il ritrovo dei sensi, prevede due giorni di massaggi, aroma-terapia, scoperta del sé e dei punti focali della propria emotività. Che ne dici di dimenticare la nostra quotidiana agonia e di dedicarci a noi stesse ed al benessere del nostro corpo, in sintonia con una mente rilassata?”
“Sembri un volantino Ipazia, ma mi hai convinta. Andiamo!”
Così, davanti ad una tisana scelta come risultato dei test svolti nella prima giornata del programma benessere, Sara aveva guardato Ipazia negli occhi tanto intensamente da spaventarla. Ipazia aveva domandato a cosa stesse pensando e lei era scoppiata in lacrime allontanandosi dal tavolo e scomparendo dal centro senza dare spiegazioni. Ipazia l’aveva rivista solo il lunedì successivo quando, preoccupatissima, non avendo ricevuto risposta ai numerosi tentativi di parlarle, era andata ad aspettarla davanti all’edificio dove lavorava.
Quando Sara la vide le corse incontro e l’abbraccio, ma non aggiunse una parola né mai più Ipazia chiese ulteriori spiegazioni.
In quel pomeriggio sospeso di ottobre, sorseggiavano ciascuna il suo the e parlavano poco. Nel piattino era rimasto un ultimo biscotto, dimenticato dalle due donne che sembravano non dargli importanza, l’una assorta nella lettura della rivista e l’altra intenta ad osservare i passanti dalla finestra. Poi, improvvisamente ma all’unisono, entrambe mossero la mano verso quel biscotto. Il loro desiderio si era risvegliato simultaneamente. Le mani si sfiorarono e loro si guardarono negli occhi. Fu uno sguardo intenso e carico di emozioni e di segreti non detti ma intimamente conosciuti. Quelle due donne si erano avvicinate per similitudine ma nessuna delle due era disposta ad ammetterlo del tutto. Così si ostinavano entrambe a sottolineare le differenze fra di loro.
“Su quella tua rivista non spiega mica come certi eventi vengano dimenticati dal cervello?”
“Intendi rimossi?”
“Già”
“Come una sorta di protezione?”
“Ecco. Allora? Nessun accenno ai meccanismi di difesa della mente? Non dice niente di come ci si difenda tutte quelle dannate volte che la vita ci fa male, sempre male, continuamente, ogni volta?”
A volte capitava loro di condividere panorami. Cercavano un posto speciale da cui si potesse avere una vista ampia sul cielo e sulla terra, in equilibrio. Sceglievano accuratamente la postazione, poi si sistemavano simmetricamente e, una volta comode, chiudevano gli occhi. Lo facevano all’unisono. Sempre, ma nessuna delle due lo sapeva. Ognuna di loro assaporava il panorama che immaginava l’altra stesse guardando. Così ognuna di loro annusava l’aria. Ascoltavano il loro respiro finché non si sovrapponeva. E continuava a ripetersi sempre uguale. All’infinito.
“A volte penso che potremmo restare così all’infinito. E’ talmente appagante che potrei nutrirmi di tutto questo e sopravvivere”
“Noi siamo già dentro un istante di infinito. Ci nuotiamo dentro da sempre. E solo qualche volta ce ne rendiamo conto. Quello che non so è se sia più bello mentre nuotiamo ignare o quando tutto diventa più chiaro”
“Appagante ho detto. Non bello”
“ C’è differenza? Immagino di sì ma non so dire quale”
Se avessero saputo che nessuna di loro guardava il cielo o la terra in quegli istanti qualcosa si sarebbe spezzato.
“Dicono che certi eventi traumatici provochino un profondo rinnovamento nell’animo umano. Pare che si debba arrivare a toccare davvero il fondo più fondo per rigenerarsi”
“Vuoi dirmi che la capacità di ricominciare derivi dalla disperazione?”
“Ma sì, in fondo non siamo portati per nostra natura alla ripetizione, all’abitudine? Non siamo forse schiavi del ripetersi delle stesse situazioni, con identiche modalità e sempre secondo i soliti schemi? Non è forse proprio una rottura l’unico evento capace di spezzare quel movimento oscillatorio?”
“Non dico che non è vero quello che dici”
“Cosa allora?”
“Mi sto chiedendo se tu non desideri quella rottura e quel trauma più della monotonia dell’equilibrio”
“Già”
“A me l’alternativa spaventa”