Evarossella ha più di un nome. E racconta più di una storia.
Perché mentre si infila la strada viene naturale infilare storie, come perle in una collana. Quelle storie del passato che parlano del futuro.
Le storie si intrecciano su più piani temporali ma le donne narranti sono un’unica entità, rappresentate da un unico corpo. Il corpo narrante dell’interprete che racconta danzando e con le parole. E si fa madre, figlia, moglie in fuga, donna stanca, come quelle donne che sono vive solo nei sogni dei matti.
Attraverso le parole ed i racconti di donne, si ascoltano i luoghi ed i paesaggi. E le storie narrate sono quelle delle nonne, nei ricordi di bambine, gli avvenimenti della storia, dal sussidiario alle leggende della tradizione veneta e ladina. Tutto avviene in viaggio, lungo un percorso, che è della memoria, dei luoghi, dei paesi, della tradizione, dei paesaggi, delle persone, dei miti, dei colori e delle montagne.
Il pubblico si abbandona incosciente e si lascia trasportare nei luoghi descritti, fra le voci in dialetto e lo scrosciare dell’acqua del fiume. Un fiume che è femmina, perché almeno una volta all’anno va in calore, e si gonfia, si gonfia e pare riempirsi di leggende, che poi sono quelle storie senza tempo che usano gli anziani per spiegare la vita.
Una proposta di monologo-racconto che, pur se non del tutto matura nella coniugazione fra la forma di espressione corporea con quella verbale, esprime contenuti attuali e stimolanti. Molto toccante, anche se a tratti ancora timida, l’interpretazione dell’autrice e regista del testo.
Splendide le luci e la resa scenica di questo spettacolo minimalista e delicato, capace però di toccare il fondo dell’anima e lasciarla spiazzata nel silenzio, col desiderio ancora di ascoltare. Come un incantesimo.
Valentina Carrabino
