RACCONTO INEDITO - Sulla scia dell'AIRONE | writing addiction

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domenica, 01 marzo 2009

RACCONTO INEDITO - Sulla scia dell'AIRONE

Era uno di quelli che accompagnano le porte chiudendole.

Gli piaceva andare al lavoro in bicicletta la mattina per poter avere tempo e modo di guardare i colori del cielo, giorno dopo giorno, mutamento dopo mutamento.

Insegnava biologia. Aveva tanti alunni che lo stimavano ma nessun amico. Aveva tante abitudini a cui si legava e slegava con il passare delle stagioni.

Essere solitario era nella sua natura.

 

Anche quella mattina prese la sua bici e si diresse verso la scuola media per la solita strada di ponti e viali alberati.

Da qualche tempo, ogniqualvolta si trovava solo all’aria aperta, avvertiva come una vicinanza, e subito un pensiero gli balenava alla mente: l’airone. Dov’era ora, mentre lui guardava il cielo noncurante dei passanti?

L’airone arrivava ogni volta silenziosissimo, planando come al rallentatore e chiudendo piano piano le enormi ali. Poi si assestava sulle gracili zampe, riponeva il lungo collo fra le scapole e lo guardava fisso, dritto dentro agli occhi. Non importa quanto fossero distanti, ogni volta cercava il suo sguardo e lo guardava proprio dentro agli occhi.

Era uno sguardo serio, composto, eppure estremamente diretto. Aveva quella luce di saggezza che hanno negli occhi certi pescatori molto anziani la sera quando si alzano da tavola dopo cena per annusare il vento ed analizzare le stelle, prima di svelare agli altri la previsione del tempo per il giorno successivo.

 

Arrivó a scuola sorridendo e Camilla, una delle sue alunne, gli disse: “Mi piacerebbe avere una bicicletta come te. Le darei un bel nome e pedalerei sempre senza mani. Tu lo sai fare?”

“Non lo so, non ho mai provato. Come si fa?” rispose il professore incuriosito.

La bimba subito, mimando la scena: “Devi credere di essere capace: questa è la prima cosa. Anche se non lo sei, tu ti convinci che lo sai fare. E poi provi. Quando la strada è dritta e ampia, lascia il manubrio con tutte e due le mani insieme e continua a pedalare. Vedrai com’è divertente!”

Il professore rimase un pó a guardare il panorama e a scrutare il cielo.

 

Alla fine di una giornata distratta tornò verso la sua bicicletta, che non aveva un nome, e si diresse pedalando verso casa. Mentre tornava peró ripensó a quanto gli aveva detto Camilla e volle provare ad andare senza mani.

Ci credette profondamente e quando fu certo di potercela fare provó: come per incanto incurvó la schiena buttando indietro la testa e allargando le braccia. Era bellissimo!

Quando riaprí gli occhi l’airone stava volando proprio sopra di lui, poco piú avanti, con le ali spiegate a fare da specchio alle sue braccia spalancate.

Ne rimase tanto sorpreso che non si accorse del tronco troppo basso che lo prese in piena faccia, facendolo cadere a terra con tutta la bici:“Ouch!”

 

Quando si rialzó si trovó ai piedi di una enorme quercia e la bicicletta era sparita. Notó che anche i suoi vestiti erano scomparsi. Non sentiva alcun dolore ma lasció che il suo corpo trovasse una nuova posizione, piú consona alla dimensione differente, quantomai inusuale. Dondolando leggermente su se stesso si ritrovó in equilibrio su sottilissime zampe, con un lungo collo estensibile e due lucide sopracciglia nere che terminavano unendosi dietro la testa in una lunga ciocca.

Ne rimase incantato, incredulo, propriamente sbalordito!

Mosse le grandi ali ingombranti e lasció che si spiegassero in tutta la loro ampiezza, poi si incantó a guardarle. Ma faticava a restare in equilibrio sulle zampe con le ali completamente spiegate e dunque saltó verso l’alto.

E voló!

"Ehi! Cosa diavolo ti è successo?" gli parve di sentir dire lontano. Aprì gli occhi e riconobbe a malapena Camilla, la sua alunna. Lei insistette: "Professore, stai bene?" Allora lui cercò di ricomporsi e capire cosa gli fosse accaduto. Si alzò e si sedette su se stesso, si guardò intorno lentamente e riconobbe la bici che con la botta si era rovesciata e disse: "Ma tu mi credi se ti dico che io ho volato?" La piccola spalancò gli occhi e lo guardò fisso per un pò, poi rispose: "E' stato con l'airone, vero?" Stavolta fu lui a rimanere di stucco e spalancò gli occhi aspettando che lei continuasse. "Sei entrato nella sua scia di volo, vero? Hai preso il vento! - ridendo - E' così che lo chiamo io, prendere il vento!"

Lui ancora non riusciva a capire se si fosse appena svegliato da un sogno, eppure non poteva credere alle parole della bimba. Allorá pensó che stesse ancora sognando e che l’incontro con Camilla non fosse reale.

Peró era esatto: aveva proprio l’impressione di aver ‘preso il vento’ ed in effetti tutto era cominciato quando aveva visto l’airone volare sopra di lui. Ricordava di aver allargato le braccia ma poi confondeva la realtá con quello stato di allucinazione in cui si era trovato e che gli aveva regalato, vera o immaginaria che fosse, l’ebbrezza di volare!

 

Molto tempo dopo non dimenticó la sensazione provata volando, seguendo quell’uccello nel vento, quando, perdendosi nella sua scia, si era fatto airone.

Ogni volta che il vento si alza, corre ancora fuori a cercare le scie di volo degli uccelli. In quelle occasioni rivede spesso gli aironi. In particolare uno, un maschio adulto con una lunga barba bianca che gli copre tutta la pancia, che continua a guardarlo dritto dentro agli occhi.

Valentina Carrabino

postato da: carrabinov alle ore marzo 01, 2009 15:06 | link | commenti | commenti
categorie: racconti

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