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sabato, 25 aprile 2009

CORRENTI (ovvero la storia della barca a vela autosufficiente, del delfino curioso e del capitano matematico) - Racconto inedito

C’era una volta una barca a vela che veleggiava nel mare ed era felicissima di andare, di spostarsi nell’acqua libera, di navigare.

Un giorno si accorse che un delfino la seguiva. Per la verità non era certa che la stesse seguendo ma aveva quest’impressione perché quel mammifero sembrava tenersi ad una distanza strategica rimanendo sempre dietro la sua scia. Allora, nonostante la sua natura riservata, un giorno prese coraggio e parlò al delfino. Disse: “Ciao bel pesce. Come stai?”

E lui piacevolmente sorpreso dell’approccio della barca a vela: “Bene. E tu?”

“Molto bene grazie” rispose lei.

Dopo un po’ di silenzio il delfino capì che doveva prendere coraggio anche lui e così disse: “Sai, è da un po’ che ti seguo perché vorrei riuscire a capire una cosa che mi sta molto a cuore, e cioè come funziona il vento!”

E la barca allora rispose sorridendo: “Oh è molto semplice. Devi sapere che il vento è forte e potente, specialmente negli spazi aperti ed in mezzo al mare. Lui segue una direzione e soffia sempre, fin quando non cambiano alcuni presupposti ed allora anche il vento modifica la traiettoria”.

A questo punto lui la interruppe: “Si, ma tu come fai a muoverti nell’acqua senza nuotare?”

“E’ perché io galleggio solo sull’acqua; per muovermi mi faccio spingere dal vento. Quello che devo fare è solo decidere se seguire la stessa direzione del vento oppure andare altrove. Nel primo caso è tutto molto semplice. Seguo la scia del vento e corro veloce senza far fatica. Se invece decido di seguire un’altra rotta rispetto a quella del vento, allora mi tocca faticare un bel po’ di più, allungare la traiettoria, rallentare la marcia, ma è sempre possibile andare. In qualunque direzione.

Un po’ come sicuramente capita anche a te quando sei sott’acqua ed incontri delle correnti: a seguirle potresti anche smettere del tutto di nuotare e correre velocemente semplicemente lasciandoti trasportare. Oppure no, ed allora devi nuotare tu senza l’aiuto della corrente e può essere anche molto faticoso.

Del resto funziona così anche nella vita: è una questione di scelte”

Il delfino la ascoltava attento ed anche un po’ perplesso. La lasciò finire, quindi aggiunse: “E cosa fai se mentre decidi di seguire il vento incontri un ostacolo, come uno scoglio o una piccola isola?”

Prontamente la barca rispose: “In quei casi, come sempre nella vita, devi essere pronto a reagire per modificare la direzione della tua imbarcazione, in modo da evitare l’ostacolo. Ecco perché è molto molto importante non distrarsi mai dopo aver preso una direzione. Occorre essere sempre vigili, anche quando pensi di poterti rilassare.

Non è facile imparare a gestire le cose belle nella vita”.

 

Ma proprio mentre parlavano il cielo si fece improvvisamente scuro e si coprì di nuvole. I due dapprima non se ne resero conto ma dopo un poco la luce scomparve per lasciare posto alla notte più cupa. Allora il delfino chiese alla barca cosa avrebbe fatto e come si comportava quando il mare si faceva grosso e preannunciava tempesta come in quel caso. La barca sembrava molto impaurita e preoccupata da quell’improvviso cambio meteorologico: “E’ molto strano che il cielo si sia rabbuiato così improvvisamente. Ma può succedere a volte che proprio quando meno te l’aspetti arriva una tempesta. In questi casi l’unica cosa da fare è cercare riparo e prepararti ad affrontare la bufera. E’ dura tenere il mare in queste condizioni e si rischia di cappottare la barca ed allora tutto può finire. Per sempre”.

A questo punto divenne subito seria ed aggiunse velocemente: “Adesso scusami ma devo prepararmi ad affrontare il mare”. Fu allora che il delfino capì che doveva farsi da parte ma volle comunque tenere sotto controllo la barca a vela che era stata così gentile con lui. Pensò che forse in questa occasione avrebbe potuto esserle d’aiuto in qualche modo e si mise a nuotare non molto distante dall’imbarcazione che già cominciava a subire i colpi della mareggiata.

Per molte ore il mare ululò e la piccola barchetta si difese come poté ma le vele si danneggiarono fortemente e, quando finalmente la tempesta terminò, era così malconcia che quasi non riusciva più a muoversi. Lo scafo era scalfito in vari punti, la vela principale quasi completamente distrutta e l’albero maestro sembrava l’ombra allungata di un bambino triste e sperduto.

Il delfino aveva vegliato sulla barca durante tutto il tempo, a volte provando addirittura a schivare col suo corpo le onde più forti, fermandole prima che colpissero la barchetta.

Lei era stremata, non riusciva neanche a parlare e se ne stava alla deriva in mezzo al mare. Sembrava davvero che avesse perso ogni speranza. Il delfino la guardava sconsolato e voleva far qualcosa per lei. Che ne era della fiera signora che lodava le sue capacità di gestire il vento e di affrontare ostacoli improvvisi?

Il delfino provava un senso di affettuosa vicinanza e pena per lei e così provò a dirle qualcosa: “Ehi, te la sei vista brutta eh? Ma sei stata così coraggiosa ed eccoti ancora a galla. Ti stimo sai per come hai affrontato la tempesta. Come ti senti ora? Posso fare qualcosa per te?”

Ma lei era davvero sconvolta e quasi non si accorse che il delfino le stava parlando. Rimase lì senza più forza, inerme, indifesa.

 

Ma ecco che improvvisamente il delfino percepì degli ultrasuoni. Disse alla barca di aspettarlo perché sarebbe andato a capire chi stava cercando di mettersi in comunicazione con lui non lontano da dove si trovavano e poi sarebbe tornato da lei. La barchetta si dispiacque che il suo amico aveva deciso di allontanarsi e, depressa com’era, pensò subito che fosse una scusa per liberarsi di lei. Ma non disse nulla. Non aveva la forza nemmeno di parlare.

Il delfino si mosse allora in direzione delle onde sonore che aveva percepito e dopo qualche centinaio di metri a nuoto sentì che si trattava di un uomo. Ne aveva incontrati altri e così seppe riconoscere e decifrare quel suono come voce umana. Il tale sembrava in preda al panico e gridava. Allora il delfino capì che doveva essere molto cauto perchè quell’incontro avrebbe potuto essergli fatale. Quindi si avvicinò con circospezione fin quando non gli fu chiara la situazione: l’uomo aveva subìto anche lui i colpi della tempesta,così come l’imbarcazione su cui si trovava. Non ne era rimasto che un pezzo di legno su cui si sosteneva mentre continuava a gridare aiuto a squarciagola.

Il delfino curioso si avvicinò ancora un poco ma lentamente, per non spaventarlo. Poi gli parlò. O meglio, provò a comunicare con lui.

Ma l’uomo non sembrava comprenderlo. Doveva essere in preda alla disperazione e di tanto in tanto sembrava vaneggiasse: “Io sono il capitano di un pezzo di legno! Ecco che valore ho. Ecco cosa sono stato capace di fare. Ho distrutto la barca che mi era stata affidata e magari sono anche l’unico sopravvissuto. Che orrore. Capitano di un bel niente. Capitano di stracci! Che miseria! Che destino infame! Potessi morire almeno espierei questa colpa che mi grava sul cuore. Berrò acqua di mare salata fino a scoppiare ed allora finalmente avrò espiato il mio peccato. Arrogante, presuntuoso che non sono stato altro. Capace solo di bere ed ubriacarmi, per poi non rendermi conto del pericolo. Meschino che sono! Scoppierò bevendo l’acqua del mare! Ecco la giusta fine che merito.”

Preoccupato per quanto stava per accadere, vedendolo bere l’acqua del mare, il delfino decise di intervenire e così si mise accanto all’uomo. Gli fece segno di aggrapparsi a lui e quello ubbidì. Lasciò però andare il pezzo di legno a cui si aggrappava ed il delfino non sapeva come fargli capire che non poteva lasciarlo lì. Allora tornò a recuperarlo. Dopo un paio di volte l’uomo capì che non si sarebbe mosso senza quel pezzo di legno ed allora lo portò con sé.

“Sei venuto a salvarmi? O forse a dannarmi? Mi porti via di qui ma vuoi che prenda anche il bastone. A cosa ti serve? Dove mi porti servono le prove dei miei misfatti? Oppure servirà a bastonarmi?”

Nonostante tutti questi deliri, lo seguì senza mollare quel pezzo di legno che il delfino aveva sapientemente immaginato potesse diventare un utilissimo remo. Insieme andarono verso il punto in cui il delfino aveva lasciato la barca e la ritrovarono ancora lì. Guardandola da lontano al delfino si strinse il cuore. Sembrava proprio un relitto. E poteva sentire le onde sonore del suo pianto.

L’uomo invece alla vista della barca esultò come un pazzo. Gridò “Salvezza! Salvezza!! Era il paradiso, non l’inferno! La salvezza e non la tortura dove mi portavi! Grazie mio buon amico! Grazie infinite per avermi salvato!!”

Dopo poco, avvicinandosi, capì anche a cosa sarebbe servito quel bastone e comprese che ciò che aveva sentito dire a proposito della grande intelligenza dei delfini era proprio vero. Stupefatto e commosso si strinse al suo amico e pianse di gioia.

Ma la barca non fu altrettanto entusiasta del nuovo arrivato e si rifiutò di accettare l’idea che lui potesse salire e, remando, portarla altrove.

Allora l’uomo disse una cosa che nessuno in quel momento si sarebbe aspettato. Capita così a volte, quando il destino, prepotente, si manifesta.

L’uomo disse: Un punto non è divisibile perché non ha estensione. Accorgendosi che con questa affermazione aveva suscitato almeno l’interesse della barca, continuò: Se rimani sola e ti rifiuti di accettare la collaborazione, se non sei capace di  condividere, resterai sempre un punto destinato a scomparire. Se invece adesso accetti la tua debolezza ed il fatto che sola hai dei limiti, come sto facendo anche io, insieme saremo più forti. E potremmo espanderci.

La barca sbalordita non aveva davvero le forze per opporsi e così, mentre ancora provava a rimuginare sul pensiero di quell’uomo così malconcio come lei, eppure così determinato, le venne voglia di abbandonarsi, di chiudere gli occhi e lasciarsi guidare. Abituata com’era a capire e valutare ogni cosa prima di agire - il vento e la sua direzione prima di muoversi, le intemperie ed i possibili pericoli prima di avviarsi - questa volta sentì che quell’estrema spossatezza la stava conducendo verso una terra nuova.

Fu così che abbandonò le solite difese e scoprì che, a volte, essere vulnerabili non è un delitto. Accettò l’aiuto di quell’uomo che parlava di punti divisibili e di estensioni ed apprezzò con tutto il cuore quanto il delfino aveva fatto in modo che accadesse.

Mentre sorrideva con dolcezza al delfino, sfinita, lasciò che il matematico le facesse il solletico coi piedi salendo.

 

Nessuno sa se si misero in salvo, ma certo è che tutti e tre insieme viaggiarono. Viaggiarono molto. Viaggiarono così tanto che dimenticarono come gli era capitato un giorno di ritrovarsi uniti.

postato da: carrabinov alle ore aprile 25, 2009 00:49 | link | commenti | commenti
categorie: racconti
sabato, 18 aprile 2009

Recensione - I ponti di Madison County

I ponti di Madison CountyI ponti di Madison County è il racconto di un’intensa storia d’amore, nota al grande pubblico nella versione cinematografica firmata ed interpretata da Clint Eastwood, accanto a Meryl Streep: un amore totale, dei sensi e del cuore, una passione “giovane”, vissuta appieno da un uomo e una donna di mezza età, come l’inaspettato, ultimo regalo della vita.

Come la fotografia ha il potere di fermare istanti del tempo in una dimensione atemporale, così, come in un’istantanea, l’amore intenso e travolgente fra i due, viene congelato nello spazio del ricordo. Per mantenerlo puro, per riviverlo come allora ogni volta nel rammentarlo.
Come la poesia ha il potere di esaltare la passione dei sentimenti purificandola ed innalzandola oltre il terreno ed il contingente, così, come nello scorrere lieve e insieme doloroso dei versi, questo canto tragico si racconta e si racconta ancora.

I ponti di Madison County sono ponti di legno, chiusi ai due lati e coperti da un tetto. Chi vi entra prima si perde nel buio ma poi scorge in lontananza una luce abbagliante, che turba ed inquieta. Da quella luce non si può fare a meno di essere attratti; l’altra estremità rappresenta le altre possibilità che quell’abbaglio di luce suggerisce.

La messa in scena invece, a dispetto di quanto la storia possa suggerire, è tutta in sottrazione. L’azione è negata per lasciare spazio alla parola ed al racconto. L’unico atto in scena è quello del rievocare, accentuato dalla presenza del narratore e dalla sequenza di racconti che ciascuno fa attraverso il ricordo narrato o scritto di una lettera.
Ma se ci si muove sottovoce, senza che i propri passi facciano rumore, su un pavimento soffice di un luogo non reale, il rischio è che anche le emozioni siano lontane, appena percepibili attraverso un’eco piena di pudore. Quello che viene sottratto allora è il bagliore della luce che trafigge, squarcia, incide inaspettatamente la vista ed i cuori, fino al profondo. Quello che rimane sono le tavole di legno di quei ponti chiusi, coperti, che impediscono la vista.

Ci si chiede perché scegliere di “raccontare” la passione in uno spazio – quello teatrale - che è principalmente dedicato all’azione. Inoltre la recitazione dei due protagonisti è eccessivamente pacata e contenuta, quando non affettata e poco credibile.
Insomma pare che la scelta di Francesca, di rinunciare a vivere profondamente l’amore disperato per Robert, in virtù di una scelta di consapevolezza, dettata dalla coraggiosa e disperata razionalità, rispecchi la scelta registica di Lorenzo Salveti, che è anche adattatore del testo – che non si lascia trascinare dal vortice della passionalità, né vi trascina il pubblico.

“Noi siamo le scelte che abbiamo fatto”

Il ricordo ed il racconto, praticati per anni, possono colmare il vuoto di ogni mancanza, specie quella della rinuncia, ma non riescono a riempire la mancanza di emozioni intense sul palcoscenico che ospita questa pièce.

(Valentina Carrabino)

Leggi la scheda completa su www.teatroteatro.it

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postato da: carrabinov alle ore aprile 18, 2009 12:36 | link | commenti | commenti
categorie: recensioni