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Recensioni ed articoli teatrali, scritti e racconti, arte, commenti e tutto ciò che possa nutrire l'anima.
mercoledì, 10 dicembre 2008

Recensione L'Ultimo Angelo

Quando il quotidiano soffoca e la ricerca di fuga diventa spasmodico bisogno di avventura lo squallore si Limpadronisce dell'anima prima ancora che del corpo.

La scelta stilistica di mettere in scena due monologhi parallelamente ben rappresenta la crisi di comunicazione che vivono i due protagonisti all'interno della coppia. Entrambi sono soli perchè hanno perso l'ascolto, l'interesse e l'attenzione dell'altro e così entrambi monologano mentre parlano con personaggi che forse esistono ma certo non sono presenti nel quotidiano, nel momento in cui li cercano, li aspettano o comunque hanno bisogno di loro.
Entrambi esprimono lo stesso vuoto, la stessa ricerca di fuga, lo stesso bisogno di evasione dalla soffocante e squallida realtà di ogni giorno, svuotata di senso e di sentimento.
Ed è proprio nell'esasperazione dello squallore che entrambi trovano sfogo e riparo per i loro mali, per il loro dolore, per le loro amarezze e meschinità.

In questo testo ritroviamo situazioni reali descritte con distacco e senza alcun pathos. Infatti, pur trasmettendo quel senso di inquietudine e di vuoto in cui ciascuno può riconoscere se stesso e la realtà in cui siamo immersi, l'autore ha tralasciato di andare a fondo e di scavare nelle pieghe dell'animo umano. Manca l'emozione, manca la passione e manca addirittura la condivisione della profondità di uno stato d'animo.

Sarebbe stato più coinvolgente se avesse guardato dentro quei solchi graffiati sul ghiaccio dai tacchi altissimi di ogni donna che sanguina. Sarebbe stato più vero e sincero se fosse andato oltre il freddo esercizio stilistico.

Anche la regia è carente e, sulla falsariga del testo, ripropone una lettura sterile della ricerca di avventura e di passione che ha molto poco di spasmodico e di irrazionale e tanto meno evoca attanaglianti sensi di colpa.

L'umore di fondo è cupo e squallido ma troppo tenue è la luce di quegli ultimi angeli che vanno spegnendo le emozioni del pubblico.

(Valentina Carrabino)


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mercoledì, 03 dicembre 2008

Il Gabbiano di Anton ÄŒechov

Come in una seduta spiritica i personaggi sulla scena si confondono con venerabili ombre.il_gabbiano_2

Nonostante l’esordio negativo, il dramma in quattro atti Il Gabbiano, scritto nel 1895 e messo in scena per la prima volta a Pietroburgo l’anno successivo con clamoroso insuccesso, è uno dei testi più rappresentati di ogni epoca e tra i capolavori teatrali di Anton ÄŒechov. Qualche anno dopo, a seguito della fondazione del Teatro d’Arte a Mosca, quando fu Stanislavskij a metterlo in scena fu invece un vero trionfo. Infatti la collaborazione artistica di ÄŒechov e Stanislavskij fu cruciale per entrambi: l'attenzione di Stanislavskij per il realismo psicologico e per il corpo recitante esaltava le sottigliezze del dramma e fece rivivere l'interesse di ÄŒechov per la scrittura di scena, mentre la riluttanza di ÄŒechov a spiegare o espandere il testo costringeva Stanislavskij a scavare sotto la sua superficie in modi che erano del tutto nuovi per il teatro. ÄŒechov e il Teatro d'Arte, come disse Stanislavskij, erano uniti dal comune desiderio di "raggiungere semplicità artistica e verità sul palcoscenico".

In effetti la sapiente e delicata regia di Marco Bernardi, ospitata dal Teatro Eliseo di Roma, ha proprio il pregio di essere riuscito a coniugare semplicità e verità. La sua compagnia, guidata da Carlo Simoni e Patrizia Milani, affiancati in questa occasione da Maurizio Donadoni e da quattro giovani attori che ben si integrano con i colleghi più esperti, interpreta perfettamente le sintonie e le tensioni umane che prendono vita negli interni del soggiorno di campagna come negli ambienti esterni. La malinconia del lago, la sua influenza sugli umori, la potenza dell’elemento naturale anche nella rappresentazione teatrale che apre la pièce, le passioni umane ed i conflitti che le scatenano animano gli interpreti e di rimando gli spettatori che assistono rapiti all’avvicendamento dell’intreccio fino al tragico epilogo, fra scontri generazionali ed artistici.

L'autore propone riflessioni argute sull’arte, il teatro, la scrittura, l’amore ed i rapporti familiari; particolarmente intensa la scena fra la madre Irina ed il figlio Kostia in cui l’autore ha declinato sapientemente le debolezze e le potenzialità affettive dell’essere umano. Molti sono i rimandi del testo alla metateatralità ed alla trama dell’Amleto shakespeariano.

Un testo splendido molto ben rappresentato che lascia il pubblico sospeso fra le ombre di un teatro nudo come uno scheletro, che rappresenta la vita come nei sogni. Ma queste vulnerabili ombre, che esprimono come teneri fiori quello che esce dall’anima, ci ricordano soprattutto che nell’universo solo lo spirito rimane costante, immutabile.

Nel finale emerge con amarezza il peso che le parole del letterato Trigorin hanno avuto sulla giovane Nina, che appare alla stregua di una bozza di personaggio pensato come soggetto per un racconto:

Una giovane donna vive tutta la sua vita in riva a un lago. Lei ama il lago, come un gabbiano, ed è felice e libera, come un gabbiano. Un giorno per caso arriva un uomo e per ammazzare il tempo le distrugge la vita

(Valentina Carrabino)

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postato da: carrabinov alle ore dicembre 03, 2008 19:25 | link | commenti (1) | commenti (1)
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lunedì, 01 dicembre 2008

SETE - Racconto inedito

Giuditta aveva bisogno di cielo, di panorami ampi da guardare. Capitava ogni volta che sentiva la necessità di ridimensionare un problema, una preoccupazione, un pensiero pesante. Guardava il cielo, oppure la spianata di una collina, a volte anche una catena montuosa, e sentiva che l’affanno poco a poco si alleggeriva. Anche questa volta avvertiva il bisogno di un poco di leggerezza. Così in piena notte uscì di casa ed andò a farsi una passeggiata, alla ricerca di un punto panoramico da cui guardare il mondo. Camminando incontrò varie persone ed ognuna aveva qualcosa da chiederle ma non aveva voglia di discutere, non voleva parlare con nessuno. Quello che cercava era la purezza della natura, in cui rispecchiarsi per dimenticare il suo piccolo mondo pieno di dolore. Comprendeva l’esistenza di dolori e sofferenze concrete ben più costrittive e devianti del suo malessere diffuso, ma non riusciva ancora a risolvere la cronica difficoltà che aveva nell’adattarsi al contesto umano che la circondava. A volte poi le pareva di soffocare. In quelle occasioni aveva bisogno di cielo, oppure di ampi spazi. Era il suo modo per ridimensionare il dolore e riprendere fiato.

 

Giuditta aveva una relazione con un uomo che non la appagava sessualmente. Si era legata a lui perché era rimasta incantata dalle sue mani. Grandi, calde e profumate le sembrava potessero accogliere ogni suo affanno e trasformarlo in un sentimento che fosse altrettanto grande e caldo. Sulle prime non aveva dato gran peso all’incompatibilità dei loro corpi eppure sembrava proprio che fisicamente non fossero fatti per incastrarsi. Lei si accanì e non volle dare importanza a quel segno evidente mandato dal destino. Inoltre aveva tanti problemi a lasciarsi andare fisicamente che decise che non poteva permettersi di fare tanto la difficile. E poi se lui doveva fare i conti con tutte le sue insicurezze, il minimo che poteva fare lei era ricambiare con un po’ di comprensione e pazienza. Si mise pertanto in attesa. Che le cose migliorassero da sé; che con la conoscenza e l’avvicinamento delle loro menti anche i corpi seguissero lo stesso sentiero; che abituandosi a lei lui finalmente capisse i suoi desideri. Niente di tutto ciò accadde. Come una volta le aveva sapientemente e pragmaticamente suggerito suo padre, gli uomini come sono restano.

“Non puoi sperare di cambiarli. Se ti piacciono tieniteli altrimenti lascia stare perché ben poco cambierà. Tutt’al più invecchieranno, ma considera che invecchiando di norma si peggiora”.

E invece Giuditta non aveva voluto lasciar stare. Si era detta che per una volta la comprensione ed il tempo avrebbero dato risultati. Voleva furiosamente che quell’uomo diventasse perfetto in tutto. Purtroppo non si stava rendendo conto che lui non era perfetto per lei nemmeno sotto altri punti di vista. Le riusciva più facile concentrare le sue insoddisfazioni nella rabbia per quelle spinte nervose e così poco sensuali, per quei silenzi incomprensibili durante l’amore, e per la durata sempre più breve dei loro amplessi. Dei suoi amplessi perché a lei non riusciva quasi mai di arrivare al godimento. Eppure non se ne curava. Aveva troppo bisogno di vivere in unione con qualcuno.

Quando capì tutto questo erano già passati molti anni e tante cose erano irrevocabilmente cambiate.

 

C’era stato un tempo in cui Giuditta non riusciva a vedere le stelle, né la luna, né il sole per lungo tempo, giorni infiniti senza luci nel cielo. Guardava in alto cercando sollievo senza trovare altro che nebbia, grigie nuvole cupe che abbassavano il cielo fino a farla soffocare. Per reagire non poteva fare altro che correre. Correva a perdifiato per non pensarci. Fino a non essere più capace di capire quanto lontano fosse l’orizzonte. Fu allora che sviluppò la capacità insolita di trovare il mare. Lo annusava fino a quando non lo trovava attorno a lei. Se il mare vero e proprio non era presente nella realtà circostante allora lei andava scovandolo in una conchiglia nascosta insieme alla terra in cui un arbusto era stato piantato da poco. Lo trovava nell’odore di salsedine portato dal vento. Oppure toccando una lucertola, anfibia erede di creature marine. Lo cercava nelle pieghe della terra e negli anfratti del tempo.  

 

Aveva sempre desiderato, ed i suoi genitori prima di lei, di avere una relazione stabile. Un contatto costante. Un calore continuo. Ecco perché era disposta a pazientare, a non correre, a non voler andare subito troppo lontano. Ecco perché anche se il sangue non le ribolliva dentro, scopriva la voglia di stare accanto a quell’uomo tanto paziente eppure arguto che, senza fretta né ossessioni, le rimaneva accanto nel tempo senza troppo chiedere. Tutto era nato quando erano pressoché adolescenti entrambi. Le famiglie si frequentavano ed un pomeriggio senza sole loro due si trovarono da soli a casa. Lei era silenziosa e timida, proprio come ora. Lui era molto intelligente ma non poteva dirsi che fosse un ragazzo socievole. Spinto dalle pulsioni adolescenziali lui provò a baciarla. Lei chiuse semplicemente gli occhi e come sempre fece da quel momento in poi, si abbandonò a lui. Senza troppa partecipazione né entusiasmo ma con una completa rassegnazione. Lui era talmente eccitato dalla scoperta della sessualità che non notò le sfumature e così ebbero un rapporto sessuale completo. Al ritorno dei genitori però lui confessò tutto, colpevole come se avesse ucciso qualcuno. Da allora lui si sentì in obbligo, senza che nessuno lo costringesse, all’infuori del suo senso di colpa, di restare accanto a quella docile creatura. Così formarono una coppia. Una delle più anomale mai viste. In pubblico non si scambiavano effusioni, né tenerezze e se gli amici insistevano per farli sedere vicini al cinema oppure a cena, si irrigidivano e finivano sempre ai lati opposti del tavolo.

Lei continuava a non parlare. Lui invece parlava per tutti e due. E per di più flirtava con ogni nuova donna si presentasse a tiro. Lo faceva sotto gli occhi stanchi ed apparentemente incuranti di Giuditta. Lui si limitava a corteggiare quelle donne, non avrebbe mai avuto il coraggio di andarci a letto. E contemporaneamente non riusciva a smettere di fingere di avere una relazione. Anche quando gli amici lo incalzavano con domande dirette, negava l’evidenza. Ad ogni uscita di gruppo a cui lui veniva invitato, si presentava anche lei ma facevano sempre in modo di non dare nell’occhio, di non arrivare insieme e di fingere di andare via separatamente. Non era un gioco eccitante per loro, era solo un triste segreto che condividevano senza esserselo mai detto. Aveva il peso della costrizione. Ed un odore soffocante e sgradevole. Ma entrambi fingevano di non rendersene conto.

 

Poi lei cominciò ad avere una gran sete. Le uscite notturne in cerca di natura non la placavano più. Il suo spirito era inquieto ed il suo corpo smaniava. La notte gridava e digrignava i denti ma lui non se ne accorse. Lei stessa, abituata com’era a relegare la realtà nell’angolo remoto della quotidianità, per sostituirla con un paesaggio bellissimo ed immobile, finse di non accorgersene. Intanto la sete aumentava. Aveva sempre più sete. Una sete di liquidi fisiologici, di lacrime altrui, di sangue misto a fango.

 

E poi un giorno, mentre il vento soffiava leggero sul tempo, si mise a scrivere fingendo di essere lui. Si sedette al computer dove lui componeva storie intrecciando parole e suonò la sua tastiera. Non scrisse di realtà parallele e di personaggi fantastici. Scrisse invece di un uomo. E scrisse di sé.

 

Giuditta e Oloferne_Caravaggio"Incominciò quindi a mangiare e a bere davanti a lui ... Oloferne si deliziò della presenza di lei e bevve tanto vino quanto non ne aveva mai bevuto ...Quando si fece buio ... rimase solo Giuditta nella tenda e Oloferne buttato sul divano, ubriaco fradicio ... (Giuditta) avvicinatasi alla colonna del letto ne staccò la scimitarra, poi accostatasi al letto afferrò la testa di lui per la chioma... e con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa" 

(tratto dalla Bibbia - Libro di Giuditta 12,19 - 13,10)

postato da: carrabinov alle ore dicembre 01, 2008 19:17 | link | commenti | commenti
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