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Recensioni ed articoli teatrali, scritti e racconti, arte, commenti e tutto ciò che possa nutrire l'anima.
lunedì, 07 luglio 2008

FABBRICA di Ascanio Celestini

 

C’è tutta una strategia di luci e di regia dietro gli applausi alla fine di ogni spettacolo teatrale. Bastano pochi semplici trucchi per far durare a lungo l’applauso del pubblico e tenerlo inchiodato alla poltrona a plaudire i talenti oltre che gli sforzi degli artisti. Poi basta qualcuno che esordisca con un “Bravo” oppure che si alzi in piedi nelle prime file per sollevare l’eccitazione generale ed incitare a far uscire più volte gli attori a ringraziare. Finché non si accendono le luci in sala che automaticamente autorizzano gli spettatori a lasciare il teatro, ad allontanarsi e quindi a salutare la magia del palcoscenico.

Non sempre. Certe volte non servono le strategie. Certe volte non occorre tramare. Il plauso è spontaneo ed incontenibile. E allora puoi anche accenderle le luci in sala, e spararle addosso al pubblico, ma loro continueranno ad applaudire. Magari perché quello che hanno appena visto ed ascoltato, ed emotivamente vissuto, li ha toccati proprio dentro. E vogliono ringraziare per quel dono, per quello scuotimento, per quella divina capacità catartica che il teatro ancora possiede.

 

Così succede dopo uno spettacolo di Ascanio Celestini. Così è successo nel teatro romano di Ostia Antica sabato scorso. Il pubblico ha continuato ad applaudire ed a ringraziare per quel fiume di parole, per quei racconti in cui ciascuno riconosce un pezzo di sé o del sentiero che percorre, per le riflessioni scaturite da quelle storie, che sono capaci di andare a toccare certe corde che stanno in fondo al cuore e da laggiù poi di attivare tutto un mondo di energia, che diventa incontenibile. E se non ci sei abituato trovi solo un modo per esprimerla. E applaudi.

fabbrica01

Una fabbrica è un insieme di edifici destinati alla produzione industriale. Vi si trasformano generalmente le materie prime o semi-lavorate in prodotti finiti.

Una fabbrica è un brulicare di vita, un insieme di esseri umani destinati a svolgere il loro turno giornaliero. Vi si trasformano generalmente i corpi e gli umori col passare degli anni e delle vicende umane che vi si susseguono.

 

Per chi lavora in fabbrica non c’è un vero e proprio dentro e fuori dall’officina. Tutta la vita finisce per ruotare attorno a quell’edificio, a quelle persone, a quegli orari, a quelle abitudini, a quelle imposizioni, a quei divieti e a quelle concessioni.

 

La storia che Ascanio Celestini racconta è la storia di tre generazioni di operai, tutti con lo stesso nome che trascinano lo stesso destino. Eccezionale affabulatore ripete come una cantilena la dedica della lettera che sta scrivendo - “Cara madre..” - e mentre ripete si fa coraggio e prosegue nel racconto, nella descrizione degli eventi, quelli accaduti sul serio e quelli sognati, quelli scolpiti nelle pieghe della storia del passato e quelli che si ripetono nel presente, quelli delle testimonianze raccolte durante il suo progetto di ricerca e quelli scaturiti dalla sua creatività loquace, inarrestabile, irriverente, incredibilmente tenera e spietata.

 

Il ritmo della storia è sempre serrato ed avvincente, anche quando le digressioni sembrano allontanare chi ascolta dal sentiero principale. Ascoltare diventa azione attiva, partecipazione diretta perché emotiva. Questo è ciò che rende speciale il teatro di Celestini, questo è ciò che lo rende unico e che rapisce gli animi. Questo è il motivo per cui nonostante gli aerei passino a disturbare non si spezza la tensione, questo spiega perché le strategie non servono alla fine di uno spettacolo che merita davvero un lungo applauso. Seguito da un lungo silenzio di riflessione. Magari con gli occhi in su a cercare qualche risposta nel cielo carico di stelle, oppure seguendo le ombre degli alberi per capire se assomiglino di più a quelle mobili e stufe legate alle immobili cose o a quelle scalpitanti e vivaci legate alle instancabili persone.

 

(Valentina Carrabino)

postato da: carrabinov alle ore luglio 07, 2008 23:16 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: recensioni
mercoledì, 25 giugno 2008

Calco l’aria

Calco il vento

Calco un passo con più forza

Una spinta verso il basso

E poi salto

Un gran balzo

Verso l’orizzonte pronto ad accogliermi

Verso il profumo del mare

Verso il centro della terra

 

Calco con l’inchiostro il sentiero del mio cammino

Indietro, avanti, in su o in tondo

Calco il passo

Incido il rame della mia follia

Per farne lastre lievi

Capaci di volare

Una spinta gravitazionale

E poi salto

E divento leggero

Piede

Grazie a Marco, autore di questa foto

http://www.calcografie.it/

 

postato da: carrabinov alle ore giugno 25, 2008 22:24 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: artistics
mercoledì, 25 giugno 2008

Santarcangelo Festival - 38ma edizione

SantarcangeloUno sguardo privilegiato alla giovane scena italiana, dal teatro alla danza alle arti performative. Giunto alla sua 38ma edizione, il Festival propone eventi in piazza ed in altri spazi aperti – dalla splendida corte di Villa Torlonia in San Mauro Pascoli, agli spazi teatrali di Longiano, al borgo storico di Santarcangelo di Romagna – presentando più di 30 compagnie e dimostrando grande attenzione al panorama dei giovani gruppi italiani. Dall'11 al 20 luglio 2008.

Tra le compagnie teatrali attive nel panorama della ricerca, che il Festival ha coprodotto, Fanny & Alexander che presenta in prima assoluta, dall’11 al 15 Luglio, Emerald City inserito nel progetto in più parti Oz-Project. Indossando speciali occhialini in 3D gli spettatori incontrano un particolare Mago di Oz che ha le sembianze di Adolf Hitler ed ha deciso di lanciare un messaggio universale televisivo, al quale si prepara studiando un linguaggio fatto di espressioni facciali e gesti corporei universalmente comprensibili dal genere umano.
I Motus tornano a presentare incursioni nelle vite degli adolescenti nelle periferie urbane con X (ics) Racconti crudeli della giovinezza, il 17 e 18 Luglio, mantenendo una specifica interazione con il video inteso come arte a sé stante, più che semplice mezzo scenico, e quindi capace di interagire con l’azione dal vivo per raccontare le contraddizioni ed i pensieri/immagine delle giovani generazioni.
Carloni e Franceschetti presentano in prima assoluta, dall’11 al 20 Luglio, Materia Grigia, sulle videoinstallazioni usando la tecnica delle spettrografie.

La danza e le arti performative saranno rappresentate anche da b>Francesca Grilli che l’ 11 e 12 Luglio presenterà Arriverà e ci coglierà di sorpresa, una maratona di liscio per due anziani danzatori, allegoria della paura odierna della morte, della vecchiaia e della fragilità.
In prima assoluta il 15 Luglio il gruppo di danza Ooffouro presenta un percorso che esplora la relazione fra il corpo umano e lo spazio urbano, al confine fra antiche tradizioni e moderne trasformazioni metropolitane; con WBRN (What Burns Never Return) scrivono nuove geografie e codici di movimento.
E, con la segnalazione del Premio Scenario, in anteprima nazionale il 18 e 19 Luglio La più piccola distanza, della giovane compagnia pathosformel, crea particolari suggestioni di azioni tra suoni, corpi e geometrie, osservando il movimento in relazione a forme geometriche collocate nello spazio come note sul pentagramma.

Inoltre una sessione del festival è dedicata ai più piccoli: La Socìetas Raffaello Sanzio inviterà grandi e bambini ad infilarsi nei lettini dentro una stanza per assistere al racconto della storia di Pollicino, tra rumori, odori, voci e sensazioni forti e palpabili, per sperimentare in prima persona l’antico fascino della fiaba.

Il programma musicale vede la presenza di Giovanni Collima e i violoncelli della Scala per l’apertura del Festival il 10 Luglio con il “prologo musicale”, dell’orchestra di Piazza Vittorio e della festa animata da alcuni gruppi locali.

Nel corso della manifestazione il progetto “Potere senza potere” offrirà spazio alla discussione sull’identità ed il futuro del Festival, con riflessioni di artisti, critici e giornalisti, organizzatori e forze politiche.

Info:
http://www.santarcangelofestival.com/

 

Pubblicato su www.teatroteatro.it

postato da: carrabinov alle ore giugno 25, 2008 22:18 | link | commenti | commenti
categorie: festival e rassegne
giovedì, 29 maggio 2008

L'ultima radio

SolenghiAl teatro Piccolo Eliseo di Roma dal 06/05/2008 al 01/06/2008

Come quando ascolti la radio ed impaziente continui a cambiare le stazioni, così le storie di vita di Michi vengono raccontate una dopo l’altra. Senza approfondirne alcuna, senza capirne nessuna. Come tante fotografie di istanti che non completano il quadro completo. Unico filo conduttore la radio e la musica di sottofondo.

Da Bob Dylan ai Sigur Ròs, dagli Stranglers a Giorgio Gaber, da Janis Joplin a Paolo Conte, è la musica a fare da contrappunto emotivo alla narrazione. E’ una narrazione spezzettata, proprio come quelle interruzioni delle voci della radio, che, come intercalari, spezzano il fluire delle note musicali, per raccontare brevi spezzoni di vita, per dire veloci battute, per declamare aforismi o intrattenere con battute leggere gli ascoltatori.

Il potere evocativo della radio cattura l’attenzione del pubblico della stessa generazione di Tullio Solenghi, che viene accompagnato attraverso gli anni, a partire da quegli anni ’50 quando ci si riuniva tutti davanti al mobile-radio che sembrava avere poteri magici, fino alle lotte degli anni ’60, percorrendo vicende di vita comuni di un individuo come tanti alla ricerca di un riconoscimento di eccentricità.

Il testo di Sabina Negri, elaborato dall’interprete solista Tullio Solenghi e dal regista Marcello Cotugno, non tiene desta l’attenzione dello spettatore, che rimane piuttosto attratto dall’interpretazione del bravo ed esperto protagonista, che sapientemente vira verso l’ironia.
Vicende politiche, umane, dolorose, buffe, vengono appena accennate dall’autrice senza uno sviluppo definito nell’insieme della narrazione che scorre accompagnata da una gradevolissima colonna sonora.

Come quel fruscio di fondo che gratta dal vinile e disturba l’ascolto, così la narrazione a spezzoni lascia una sensazione di incompletezza, proprio come sketches poco elaborati che dipingono un quadro indefinito. 

Curiosità: Tullio Solenghi debutta alla radio, ad appena 17 anni, come “annunciatore sostituto” al gazzettino della Liguria, sede R.A.I. di Genova. E poi, col “trio” vara nel 1982 Helzapoppin Radio Due.

(Valentina Carrabino)

vedi la scheda completa su www.teatroteatro.it

postato da: carrabinov alle ore maggio 29, 2008 00:36 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: recensioni
mercoledì, 28 maggio 2008

Τρώαδες - Troades

Troades2Fate la guerra imbecilli mortali. Morirete tutti!

 

Dalla tragedia di modello euripideo, scritto e diretto da Maria Giovanna Rosati Hansen, debutta al Teatro Abarico di Roma Le Troiane. L’opera, che fu rappresentata per la prima volta nel 415 a.C. ad Atene nel teatro di Dioniso, nell'ambito di una trilogia legata alla guerra di Troia, rappresenta il momento estremo della guerra di Troia: morti tutti gli uomini, le donne di Troia (che costituiscono il coro), aspettano il loro destino nel campo dei vincitori.

Fanno meno male i dolori e le lacrime se sono in molti a soffrire in modo analogo

Ulisse vuole uccidere Astianatte, figlio di Ettore e Andromaca, per timore che questo, una volta diventato adulto, possa ricostruire Troia. Nonostante le preghiere di Andromaca e di Ecuba, regina di Troia e madre di Ettore, Ulisse getta il piccolo dall'unica torre superstite alla distruzione della città. Ride la morte dalle ossa spezzate

Euripide punta i riflettori sui vinti, in particolare sulle donne, con lo scopo di gettare luce sulle sofferenze e sul dolore portati dai conflitti armati. Dalla guerra di Troia a oggi, le guerre, in tutta la loro crudezza, accompagnano l'uomo in un delirio di distruzione. La tragedia riproposta in una dimensione atemporale che lega il teatro alla realtà sociale, propone una metafora multiforme per parlare di un tema attuale come la distruzione causata dalle guerre.

Fate la guerra imbecilli mortali. Morirete tutti!

 

Sono le donne che raccontano la storia del mondo: ecco allora la sanguinaria dea della guerra, l’imponente Ecuba regina di Troia, Andromaca trafitta dal dolore, Cassandra visionaria, Elena scaltra e passionale. Ed ecco gli uomini che riecheggiano attraverso le loro lodi o i loro insulti, che lasciano orfani quei figli che non faranno estinguere la stirpe degli eroi, ma che per colpa delle vigliacche paure dei vincitori subiranno un crudele destino.

“Può un bambino risuscitare Troia dalle sue ceneri?”

Lodevole il messaggio che induce alla riflessione sul presente e sulla storia della violenza umana; apprezzabili le suggestioni create dalla messa in scena dello spettacolo. Eccezionalmente calzante la scelta musicale che abbina canti tradizionali del sud al dolore delle donne in nero. Peccato che non tutti gli attori siano all’altezza di una tragedia classica ed ogni tanto si avvertano dei vuoti scenici dovuti forse alla poca esperienza di palcoscenico di alcuni dei giovani interpreti.

 

Attraverso la voce del coro delle donne di Troia, attraverso incursioni contemporanee nel classico, attraverso le suggestioni degli ambienti, lo spettacolo, estremamente attuale, ha molto da suggerire al pubblico che lo segue con attenzione.

(Valentina Carrabino)

 

vedi la scheda completa pubblicata su www.teatroteatro.it

 

 

 
postato da: carrabinov alle ore maggio 28, 2008 01:01 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: recensioni
lunedì, 19 maggio 2008

L'inesperienza d'amore

Politecnico LMario Prosperi scrisse questo testo all’inizio della sua carriera nel 1962. L’autore ritiene che sia ancora identificativo del suo modo d’intendere il teatro e lo ripropone, dopo averne realizzato una versione in video, al teatro Politecnico di Roma fino al 25 Maggio.

Rossella Or, con la sua intensa teatralità, maggiormente nota all’avanguardia, ricopre il ruolo della protagonista ed esprime nei gesti e nel suo particolarissimo fare teatro lo smarrimento esistenziale della condizione di solitudine. L’autore e regista interpreta lo Sconosciuto, che desidera avvicinarsi alla protagonista ma ne è continuamente respinto. Come un giovane cupido, inizialmente convinto che tutti si possano veramente amare e che l'amore possa superare anche la depressione, si trasforma in diabolico elfo dispettoso quando realizza invece che amare l’amore porta ad un amore narcisistico introvabile che non può far altro che portare alla morte di sé.

La ripetizione della musica, tratta dall’opera di Shostakovich, accompagna le vicende sulla scena fino all’epilogo drammatico. I personaggi incarnano caratteri definiti: c’è la bella che per senso di colpa è alla ricerca della stabilità nella coppia ma rimane sempre insoddisfatta di ciò che trova nel suo compagno; c’è la bestia, ovvero l’uomo incapace di amare teneramente che per dimenticare il doloroso passato si rifugia nell’alcol che diventa una buona scusa per sfogare i più bassi istinti; c’è il giovane inesperto che rincorre l’ingenua ragazzetta ma desidera la donna adulta e misteriosa che gioca con lui perché non sa giocare con gli uomini veri; c’è la donna sofferente e depressa che non si concede alle gioie d’amore perché quando ha amato ha perso la persona cara. Ed infine, quasi a tenere i fili dei personaggi, c’è il diavolo tentatore che non è anche ingannatore perché paradossalmente l’animo umano non ha bisogno di trucchi per esprimere la sua beffarda natura distruttiva.

Sotto lo sguardo sornione del barista che assiste a questi incontri e scontri di cuori, gli eventi si svolgono sulla stessa scena, tra una notte ed un’alba, fra luci e d ombre, mentre le fronde delle foglie continuano a muoversi al vento, quasi a simboleggiare l’eterno movimento delle anime alla ricerca dell’amore. Un amore introvabile, irriconoscibile, inarrivabile ma soprattutto provvisorio.

La messa in scena ha la debolezza di essere troppo lenta, mentre la recitazione drammatizzata della Or non è in sintonia con quella degli altri interpreti. Si avverte inoltre una certa stanchezza nei movimenti di scena ed una vuota monotonia nei passaggi a fondo palco.
Lo spettacolo offre però interessanti spunti di riflessione su un tema tanto abusato come l’amore, che l’autore analizza nella sua provvisorietà e che tratta dal punto di vista della sua forza distruttiva.

(Valentina Carrabino)

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postato da: carrabinov alle ore maggio 19, 2008 01:23 | link | commenti (2) | commenti (2)
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mercoledì, 14 maggio 2008

E la notte canta (Natta syng sine songar)

e la notte canta

In prima nazionale al Teatro India, debutta E la notte canta del drammaturgo, romanziere e poeta norvegese Jon Fosse, per la regia di Valerio Binasco.
In questa piéce viene messo in scena un mondo carico di umanità e di realtà. Il timore dell’abbandono si esprime attraverso la vuota eco delle parole, del silenzio, degli oggetti, delle pause. Nella rappresentazione l’articolarsi degli eventi non è evidente, la trama si dipana attraverso piccoli gesti o parole, minimi dettagli che creano suspence. Quella di Fosse è una scrittura musicale e la notte canta perché i pensieri fluiscono attraverso la musicalità delle pause fra le battute dei personaggi, il ritmo degli intercalari, col vuoto ripetersi dei pensieri, nel deserto dei comportamenti, nella tragicomica meccanicità delle situazioni, nella paura della paura.

Qui anche lo spazio è musicale. Lo spazio scenico è diviso in più ambienti, ciascuno connotato da suoni specifici e suddiviso nettamente dagli altri. L’appartamento prigione in cui si svolge l’azione ha uno spazio centrale costituito principalmente da un divano, un tavolo ed una finestra. In questo spazio si muovono e comunicano i personaggi mentre il frigorifero scandisce un ritmo fastidioso ed irregolare. Poi c’è la camera da letto, separata da una porta che viene accuratamente chiusa ogni volta che qualcuno vi si sposta: l’intimo ed il personale vengono rinchiusi e tutti gli interpreti hanno cura di lasciarli separati dallo spazio comune, quello del vissuto soffocante. E poi c’è l’ingresso, con l’armadio, lo specchio e la porta, separato da una parete netta ed animato dal rumore lontano del mondo esterno e dal suono metallico delle chiavi e della serratura. Questo spazio è vissuto solo dalla giovane donna e dagli altri pochi personaggi che si incontrano brevemente con i due protagonisti.

Le vicende dei due giovani sposi lentamente si evolvono verso una rottura. La semplicità dei dialoghi è scandita da una logica elementare. Lo spettatore si rispecchia nel quotidiano della coppia e sente tutto il peso del vuoto lacerante dell’incomunicabilità, che l’affetto e l’abitudine alla vicinanza non possono sostituire. La ripetizione cadenzata dei motivi di insoddisfazione, la dolce ingenuità della ricerca di conferma nell’affetto dell’altro, lo scontrarsi silenzioso di ossessive nevrosi e di apatie depressive raccontano la storia di una coppia come tante. L’assurdo è nella non azione del protagonista che invece nel finale agisce; il paradosso è nell’estrema coerenza della disperazione di entrambi. La poesia è nelle parole del la giovane donna che in procinto di lasciare il marito e la sua unica vita dice: “Forse sarebbe più semplice se avessimo tante cose”

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postato da: carrabinov alle ore maggio 14, 2008 02:49 | link | commenti | commenti
categorie: recensioni
mercoledì, 30 aprile 2008

Assunta Pertuso (e le splendide illusioni dell'amore)

AP2Al teatro Nuovo Teatro Colosseo di Roma - Dal 29/04/2008 al 04/05/2008

Se la metafora ha un’espressione visibile, questa pare essere la forma a cui si assiste.

La scena è vuota, spezzata solo da un sipario, oggetto scenico che fa da tramite per la trasformazione degli attori sul palcoscenico. Gli attori sono due ed entrambi hanno un doppio che si svela dopo il cambio d’abiti dietro il siparietto.
Le luci sono statiche. Le musiche o altri suoni assenti. Risuonano melodie nel cantilenante cadenzare ritmato delle battute degli attori. Gli attori interpretato marionette di porcellana, costrette a ripetere la stessa scena di un balletto non appena qualcuno apre la scatola imbottita in cui sono contenuti. Sono marionette nel ruolo di attori, costrette ad inventare nuovi numeri per alimentare l’illusione di poter stupire, incantare, interessare ancora a qualcuno.

E’ qui rappresentata la condizione umana colta nel suo accostarsi all’esperienza dell’abbandono. Tale condizione viene evidenziata dall’utilizzo di marionette, metafora dell’essere incapace di definire il suo destino, scritto da altri, stabilito da altri. Come ogni attore in scena attende la luce su di sé per recitare la sua parte, così Mirko Feliziano e Beatrice Ciampaglia impersonano due marionette chiuse in una scatola in attesa che una mano zingara la apra per dar loro uno spiraglio di vita. Terrorizzati all’idea di un futuro buio e silenzioso si affidano all’illusione dell’amore, dell’emozione, della morte pur di non giacere insonnoliti in vuota attesa, proprio come due marionette di indole beckettiana, in attesa di un fantomatico "pertuso" che toglierà loro ogni speranza.

La messa in scena ha la debolezza di non riuscire a tener desta l’attenzione del pubblico. Seppur bravi, gli interpreti recitano dialoghi tanto vuoti da lasciare perplessi, se non annoiati gli spettatori. Ed in assenza di uno sviluppo narrativo del testo come di una risoluzione agli accadimenti, si avverte la spiacevole sensazione di aver assistito alla messa in scena di una metafora. Niente è successo in realtà. La finzione pesa più del reale ma il suo peso specifico è inconsistente.

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postato da: carrabinov alle ore aprile 30, 2008 01:54 | link | commenti | commenti
categorie: recensioni
domenica, 20 aprile 2008

Pigneto

postato da: carrabinov alle ore aprile 20, 2008 23:43 | link | commenti | commenti
categorie: artistics
giovedì, 17 aprile 2008

THE OTHER WAY AROUND

dEgneusA testa in giù lo voglio guardare questo mondo alla rovescia. Così che le lacrime salgano, invece di scendere. Tengo gli occhi bene aperti e intanto respiro l’aria al contrario. Lo voglio guardare da quaggiù questo affaccendarsi di anime che si scambiano di posto; lo voglio valutare da quest’altro punto di vista. Lo voglio mangiare questo mondo e digerirlo diverso da com’è. Voglio sentire il profumo delle spezie portate dal vento che scombinano questo posto in cui abito io, lo voglio stravolgere e voglio palpitarci dentro, col cuore che batte al contrario, col passo che va all’indietro, col respiro che tiene il ritmo in levare. Voglio ridere dei brividi e squagliarmi nei singhiozzi. E poi un altro giro. Veloce. Torno in posizione e mi lancio ancora in verticale. Instabile bilico sul ciglio del mondo. I capelli mi solleticano le orecchie mentre accarezzano la terra su cui le mie mani sono saldamente ancorate. I piedi invece liberi corrono senza una base a cui appoggiarsi. Correre senza una strada. Scivolare fra le nuvole senza cercare di arrivare da qualche parte. E Muovere le mani e le braccia invece delle gambe. E provare a tenere la testa altrove. Guardare il paesaggio con le linee al contrario. L’orizzonte segna un nuovo confine tra cielo e terra. Le mani affondano nella sabbia mentre i piedi scalciano in aria. Con questi occhi rovesciati vedo il mare che sta sopra il cielo. Poi arriva la nebbia e da quaggiù sento l’umido della terra. Annuso gli odori della vita che fu e mista a terra si trasforma nei secoli. Ripercorro la storia delle mie vicende. Le emozioni ed i visi dei miei vicini, dei compagni di viaggio. Accolgo nella terra del mio ventre il seme della vita che si trasforma nei secoli. E trasforma anche me.

Un ringraziamento speciale a Daniel Egneus che mi ha ispirata con la sua illustrazione.

postato da: carrabinov alle ore aprile 17, 2008 23:40 | link | commenti | commenti
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