
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Dondoliamo.
Come le stelle qualche volta. Di sfuggita a guardarle pensi che brillino. Invece dondolano.
Come noi due. Cerchiamo equilibri diversi e insieme continuiamo a dondolare.
un ringraziamento a Daniel Egneus, autore dell'illustrazione
Robert Hooke ha scoperto che “una molla, se non viene sottoposta ad attrito ed altre variazioni, è destinata a perseguire il suo movimento oscillatorio all’infinito”.
Così anche noi. Continuiamo ad oscillare, a dondolare, sempre alla stessa velocità, sempre la stessa andatura, sempre la stessa energia impiegata per compiere sempre gli stessi movimenti. E così all’infinito.
Come se seguissimo continuamente la traiettoria di un ottovolante, sempre un giro e poi il suo inverso, e ancora un giro. E poi un altro giro nel verso opposto. Se non intervengono agenti esterni, puoi continuare all’infinito. Sempre uguale, sempre alla stessa velocità, sempre la stessa andatura, sempre la stessa energia impiegata per compiere sempre gli stessi movimenti.
“Vuoi sapere come funziona il meccanismo base della memoria?”
“Lo hai letto su quella rivista scientifica? E pretendi per questo che sia vero?”
“Uffa. Prima di iniziare a criticare, ascolta. Innanzitutto l’intera questione si può suddividere in tre fasi distinte: la registrazione, l’archiviazione ed infine il recupero. Pare che il cervello sia in grado di operare una selezione fra i ricordi utili e quelli da scartare. Pare che tale criterio sia desunto dal numero di volte in cui viene richiamato alla memoria lo stesso particolare”
“Insomma tanto più ripetiamo e tanto più siamo in grado di ricordare? Non mi sembra una gran scoperta”
“Una volta selezionati gli eventi che vale la pena di ricordare il cervello rende permanenti le connessioni fra i neuroni collegati a quel particolare, laddove tali connessioni sarebbero altrimenti rimaste temporanee”
“Ecco che ci risiamo. Il solito pregiudizio scientifico sulla temporaneità. Secondo la filosofia Zen tutte le cose sono transitorie, e quindi la natura temporanea non è vista come una limitazione”
“Questo lo so. Perché me lo hai ripetuto un numero temporaneo ma eccessivo di volte. Lo so perché il mio cervello ne ha desunto che è un’informazione utile. Ora, riesci per un momento a staccarti dal tuo credo Zen ed a seguirmi?”
“No Ipazia. Temo di essere davvero troppo deconcentrata per seguire i tuoi articoli scientifici. Non prenderlo come un affronto personale ma ho davvero la testa altrove.”
Ipazia sbuffò un poco e riprese a leggere la sua rivista ed a bere il suo the, soffocando fra i denti le domande con cui avrebbe voluto chiederle spiegazioni. Cosa significa altrove? E dove? Dimmi Sara, c’è qualcosa che ti preoccupa? Non pronunciò nessuna di queste frasi perché sapeva che quando, come in quest’occasione, lei ammetteva di essere deconcentrata doveva avere una grossa preoccupazione. Inoltre credeva che sarebbe stata lei stessa a dirle di più, quando e se lo avesse ritenuto opportuno.
Aveva imparato a non forzarla molti anni prima.
Era successo una volta che avevano deciso di concedersi una pausa dal fragore frettoloso della quotidianità. Ipazia aveva proposto a Sara un fine settimana in un centro benessere.
“Il programma, intitolato Il ritrovo dei sensi, prevede due giorni di massaggi, aroma-terapia, scoperta del sé e dei punti focali della propria emotività. Che ne dici di dimenticare la nostra quotidiana agonia e di dedicarci a noi stesse ed al benessere del nostro corpo, in sintonia con una mente rilassata?”
“Sembri un volantino Ipazia, ma mi hai convinta. Andiamo!”
Così, davanti ad una tisana scelta come risultato dei test svolti nella prima giornata del programma benessere, Sara aveva guardato Ipazia negli occhi tanto intensamente da spaventarla. Ipazia aveva domandato a cosa stesse pensando e lei era scoppiata in lacrime allontanandosi dal tavolo e scomparendo dal centro senza dare spiegazioni. Ipazia l’aveva rivista solo il lunedì successivo quando, preoccupatissima, non avendo ricevuto risposta ai numerosi tentativi di parlarle, era andata ad aspettarla davanti all’edificio dove lavorava.
Quando Sara la vide le corse incontro e l’abbraccio, ma non aggiunse una parola né mai più Ipazia chiese ulteriori spiegazioni.
In quel pomeriggio sospeso di ottobre, sorseggiavano ciascuna il suo the e parlavano poco. Nel piattino era rimasto un ultimo biscotto, dimenticato dalle due donne che sembravano non dargli importanza, l’una assorta nella lettura della rivista e l’altra intenta ad osservare i passanti dalla finestra. Poi, improvvisamente ma all’unisono, entrambe mossero la mano verso quel biscotto. Il loro desiderio si era risvegliato simultaneamente. Le mani si sfiorarono e loro si guardarono negli occhi. Fu uno sguardo intenso e carico di emozioni e di segreti non detti ma intimamente conosciuti. Quelle due donne si erano avvicinate per similitudine ma nessuna delle due era disposta ad ammetterlo del tutto. Così si ostinavano entrambe a sottolineare le differenze fra di loro.
“Su quella tua rivista non spiega mica come certi eventi vengano dimenticati dal cervello?”
“Intendi rimossi?”
“Già”
“Come una sorta di protezione?”
“Ecco. Allora? Nessun accenno ai meccanismi di difesa della mente? Non dice niente di come ci si difenda tutte quelle dannate volte che la vita ci fa male, sempre male, continuamente, ogni volta?”
A volte capitava loro di condividere panorami. Cercavano un posto speciale da cui si potesse avere una vista ampia sul cielo e sulla terra, in equilibrio. Sceglievano accuratamente la postazione, poi si sistemavano simmetricamente e, una volta comode, chiudevano gli occhi. Lo facevano all’unisono. Sempre, ma nessuna delle due lo sapeva. Ognuna di loro assaporava il panorama che immaginava l’altra stesse guardando. Così ognuna di loro annusava l’aria. Ascoltavano il loro respiro finché non si sovrapponeva. E continuava a ripetersi sempre uguale. All’infinito.
“A volte penso che potremmo restare così all’infinito. E’ talmente appagante che potrei nutrirmi di tutto questo e sopravvivere”
“Noi siamo già dentro un istante di infinito. Ci nuotiamo dentro da sempre. E solo qualche volta ce ne rendiamo conto. Quello che non so è se sia più bello mentre nuotiamo ignare o quando tutto diventa più chiaro”
“Appagante ho detto. Non bello”
“ C’è differenza? Immagino di sì ma non so dire quale”
Se avessero saputo che nessuna di loro guardava il cielo o la terra in quegli istanti qualcosa si sarebbe spezzato.
“Dicono che certi eventi traumatici provochino un profondo rinnovamento nell’animo umano. Pare che si debba arrivare a toccare davvero il fondo più fondo per rigenerarsi”
“Vuoi dirmi che la capacità di ricominciare derivi dalla disperazione?”
“Ma sì, in fondo non siamo portati per nostra natura alla ripetizione, all’abitudine? Non siamo forse schiavi del ripetersi delle stesse situazioni, con identiche modalità e sempre secondo i soliti schemi? Non è forse proprio una rottura l’unico evento capace di spezzare quel movimento oscillatorio?”
“Non dico che non è vero quello che dici”
“Cosa allora?”
“Mi sto chiedendo se tu non desideri quella rottura e quel trauma più della monotonia dell’equilibrio”
“Già”
“A me l’alternativa spaventa”
Io sono il mare, una fata del mare
Mi immergo e nuotando trovo un senso ai miei pensieri
I capelli ondeggiano verde smeraldo
La luce cambia
Tu sei il bosco, un elfo del bosco
Ti nascondi e annusando vai
La pelle si scalda color delle mandorle
L’odore si diffonde
Il vento mi porta il tuo profumo
Percepisco il calore della tua pelle sott’acqua
Lascio che la voluttà mi avvolga
Mi abbandono ad una danza sottomarina
Ruoto vorticosamente in una spirale di piacere
Immagino le tue mani su di me
Le onde create dalla mia danza ti portano i riflessi della mia luce
Tu annusi l’aria e chiudi gli occhi
Poi le palpebre si schiudono
Il verde si colora di mille sfumature
La schiena ti si incurva e la terra si scuote
Emani calore e le piante come scudo si stringono intorno a te
Hai paura
Ti nascondi nell’ombra
Ti rifugi dentro il tronco che è la tua tana
Io ti cerco
Vado annusando l’acqua
Raggiungo la superficie, il confine del mare
Lì dove il mio mondo incontra il tuo
Ti sento, palpitare in lontananza
Ho paura
Torno dentro il mio elemento naturale
Nuoto sempre più giù
Cerco l’abisso che mi dà la vita
Tornerò forse nella notte, col buio, ad affrontare ancora questo mondo sconosciuto
Arriva la notte
Tu esci allo scoperto
Conosci i sentieri del bosco come le vie che portano agli anfratti della tua anima
Avanzi tra le foglie ed ascolti il loro fruscio come una melodia
Annusi il muschio che accompagna la notte con la sua afrore verde intenso
Guardi la luna, una culla dondolante nell’abisso del blu scuro nella notte
Percepisci una presenza
Un bagliore
Socchiudi le palpebre
Apri la bocca
Una carezza portata dal vento sfiora le tue labbra
La terra trema
Io so come scovare la luce nelle profondità dell’abisso
Trasportata da una melodia incantevole
Come un delfino ballerino balzo fuori dall’acqua
Scivolo nel vento
Seguo il volo delle foglie
Percorro il tuo mondo e ti raggiungo
Il vento squassa il cielo e la terra
La terra che trema mentre il mare si increspa vorticoso
Ho conosciuto Gaia per caso. Devo ammettere che ho provato da subito una forte attrazione per lei, un misto di languore profondamente viscerale e di rapimento intellettuale. In quel periodo sentivo un gran bisogno di guardare lontano. Stavo finalmente sbloccando alcuni nodi emotivi che avevo coltivato per anni ed avevo una gran voglia di orizzonti sconfinati.
Leggendo una rivista scoprii l’esistenza di un posto in America -
A volte i segni lasciati sono più evidenti del movimento stesso. Lo confermano laddove sembra mancarne l’evidenza. Così successe anche con Gaia. Nonostante la difficile e complessa situazione sentimentale che stava affrontando, decise di frequentarmi. Io ero titubante. Indebolita da precedenti esperienze in cui avevo messo in gioco tutta me stessa, faticavo a ricostruire punti di appoggio che mi sostenessero adeguatamente. Era difficile per me distinguere il desiderio di lei dalla necessità di non commettere i soliti errori. Eppure mi sentivo fiduciosa. Forte più di prima, di una forza eloquente ed inaspettata. Così uscimmo insieme qualche volta. Erano incontri di avvicinamento e conoscenza. Lei mi travolse con la sua vita piena di impegni e di complessità. Dal momento della scoperta della sua omosessualità era trascorso poco più di un anno e stava ancora cercando di superare i sensi di colpa, acuiti in lei dalla presenza di una famiglia già costituita. Il suo compagno non l’aveva ostacolata. Si era anzi fatto in disparte ricostruendosi una vita di coppia con un’altra donna ma continuando a vivere con Gaia ed i loro figli. Anche lei aveva trovato una nuova compagna che era stata introdotta nell’universo familiare e nella casa dove continuava a vivere con i figli ed il marito. La loro divenne ben presto una famiglia allargata. Io mi chiesi da subito come avrei interagito con quell’insolito nucleo, ma ebbi cura di lasciar scivolare quel pensiero lontano, per non dovermi concentrare sulla mia tendenza a progettare il futuro prima ancora di definire il presente.
Come spesso accade quando ci si lascia travolgere dagli eventi, il vento ci sposta e ci muove verso situazioni inaspettate. Fu così che mi ritrovai con lei, a casa sua, in una camera chiusa a chiave per non correre il rischio di essere scoperte dai bambini che dormivano nella stanza accanto. Dapprima infastidita ed anche intimidita dalla situazione in sé e dalla condizione in cui mi trovavo, non riuscii a fare a meno di vivere quel presente tanto intenso. L’intesa fra noi fu immediatamente evidente. Stavolta ero io l’esperta e la cosa non mi disturbava affatto. Con dolcezza e passione ci incamminammo sui sentieri dell’imprevedibile.
La sua pelle morbida e vellutata scivolava sulla mia. Il calore dei nostri corpi rendeva l’aria rarefatta. Il nostro respiro in sintonia sembrava palpabile. Al contatto con i suoi segreti erogeni si sprigionava un odore ogni volta diverso: ora di magnolia, poi di ferro, di legno di ciliegio; e ancora di latte, di bacche di ginepro e poi di zenzero misto a cardamomo. Mentre i suoi capelli mi accarezzavano lievi sentivo la mia pelle diventare sottile, come carta velina.
A quell’incontro ne seguirono altri perché non si può arrestare il flusso di un fiume che dalla sorgente volge al mare. O perlomeno io non potei. Successivamente fui quindi presentata alla sua famiglia e mi sorpresi ridente e serena a giocare coi suoi figli dopo una succulenta cena preparata da me. Fu lei a decidere che quella notte l’avremmo passata insieme nella sua stanza e non nella cameretta della prima volta. Questa volta non era possibile chiuderci a chiave ma io non me ne accorsi. Non feci nemmeno caso alle lenzuola stropicciate che doveva aver condiviso fino alla notte precedente con suo marito. Non notai, alla fioca luce delle candele, che nel suo sguardo carico di folle ardore, c’era un oscuro dolore.
Quando la mattina successiva vidi suo figlio avvicinarsi al letto che condividevo con lei ancora addormentata e ritrarsene non appena si rese conto della mia presenza, provai il desiderio di scomparire. Volevo liquefarmi, rarefarmi, evaporare. Quando poi Gaia si svegliò lui tornò e si accucciò su di lei abbracciandola. Un forte calore si diffuse ed io che ero lì accanto ne fui avvolta come da una nuvola di vapore dal sapore dolciastro. Fu allora che sentii un tocco lieve sulla mia coscia. Leggerissime piccole dita affusolate mi accarezzavano. Era il piccolo che deliberatamente aveva stabilito quel contatto. Ne rimasi pietrificata. Immobile nel corpo mentre nella testa frullavano interpretazioni d’ogni sorta, seguii infine l’istinto e mi ritrassi. Intimamente scossa da quel contatto capii che mi ero spinta troppo oltre.
Ripensai a quell’articolo letto quando desideravo orizzonti lontani. Riflettei sulla differenza fra le cose evidenti e quelle conseguenti. Il tono usato era curiosamente ambivalente. L’autore paragonava
Il Centro Internazionale Arti Contemporanee, con il sostegno del Comune di Roma e l’Assessorato alle Politiche Culturali e della comunicazione, presenta questa manifestazione e propone uno spettacolo in cui si raccontano le speranze dell’Italia del boom economico.
Dal piccolo mondo fatto di roccia e pascoli, Roberto, un pastore lucano si trasferisce a Torino, dove entra nell’ingranaggio della grande fabbrica che lo trasforma, lo risucchia ed infine lo uccide.
Il pregio di questo spettacolo sta nella particolare connotazione attraverso cui si esprime: i contrasti surreali ed il linguaggio degli opposti veicolano emozioni autentiche, denotando con abilità quello sguardo semplice, puro e leggero, ma anche mordace ed amaro nella sua ironia, attraverso cui si comunicano i messaggi.
La storia è ambientata negli anni Sessanta quando gli “emigranti” si spostavano dall’Italia del sud a quella del nord, ma la stessa situazione, con dinamiche molto simili, può essere trasposta nel presente contemporaneo, con la differenza che gli “immigrati”vegono da un poco più lontano. Non molto più lontano in definitiva.
L’utilizzo del dialetto e l’espediente dei passaggi coreografici hollywoodiani spiazzano lo spettatore almeno quanto la presenza di una pecora vera in scena. L’uso dello spazio scenico però non aiuta la fruizione dello spettatore che risulta infastidito anche dai continui cambi di scena che rallentano il tempo drammatico smorzandone la tensione.
Nel complesso è uno spettacolo che offre molti spunti originali e di sicura lode ma non gode della fluidità d’insieme che una diversa maturità registica avrebbe potuto coordinare.
(Valentina Carrabino)
leggi la scheda completa su www.teatroteatro.it
C’era una volta una barca a vela che veleggiava nel mare ed era felicissima di andare, di spostarsi nell’acqua libera, di navigare.
Un giorno si accorse che un delfino
E lui piacevolmente sorpreso dell’approccio della barca a vela: “Bene. E tu?”
“Molto bene grazie” rispose lei.
Dopo un po’ di silenzio il delfino capì che doveva prendere coraggio anche lui e così disse: “Sai, è da un po’ che ti seguo perché vorrei riuscire a capire una cosa che mi sta molto a cuore, e cioè come funziona il vento!”
E la barca allora rispose sorridendo: “Oh è molto semplice. Devi sapere che il vento è forte e potente, specialmente negli spazi aperti ed in mezzo al mare. Lui segue una direzione e soffia sempre, fin quando non cambiano alcuni presupposti ed allora anche il vento modifica la traiettoria”.
A questo punto lui la interruppe: “Si, ma tu come fai a muoverti nell’acqua senza nuotare?”
“E’ perché io galleggio solo sull’acqua; per muovermi mi faccio spingere dal vento. Quello che devo fare è solo decidere se seguire la stessa direzione del vento oppure andare altrove. Nel primo caso è tutto molto semplice. Seguo la scia del vento e corro veloce senza far fatica. Se invece decido di seguire un’altra rotta rispetto a quella del vento, allora mi tocca faticare un bel po’ di più, allungare la traiettoria, rallentare la marcia, ma è sempre possibile andare. In qualunque direzione.
Un po’ come sicuramente capita anche a te quando sei sott’acqua ed incontri delle correnti: a seguirle potresti anche smettere del tutto di nuotare e correre velocemente semplicemente lasciandoti trasportare. Oppure no, ed allora devi nuotare tu senza l’aiuto della corrente e può essere anche molto faticoso.
Del resto funziona così anche nella vita: è una questione di scelte”
Il delfino la ascoltava attento ed anche un po’ perplesso. La lasciò finire, quindi aggiunse: “E cosa fai se mentre decidi di seguire il vento incontri un ostacolo, come uno scoglio o una piccola isola?”
Prontamente la barca rispose: “In quei casi, come sempre nella vita, devi essere pronto a reagire per modificare la direzione della tua imbarcazione, in modo da evitare l’ostacolo. Ecco perché è molto molto importante non distrarsi mai dopo aver preso una direzione. Occorre essere sempre vigili, anche quando pensi di poterti rilassare.
Non è facile imparare a gestire le cose belle nella vita”.
Ma proprio mentre parlavano il cielo si fece improvvisamente scuro e si coprì di nuvole. I due dapprima non se ne resero conto ma dopo un poco la luce scomparve per lasciare posto alla notte più cupa. Allora il delfino chiese alla barca cosa avrebbe fatto e come si comportava quando il mare si faceva grosso e preannunciava tempesta come in quel caso. La barca sembrava molto impaurita e preoccupata da quell’improvviso cambio meteorologico: “E’ molto strano che il cielo si sia rabbuiato così improvvisamente. Ma può succedere a volte che proprio quando meno te l’aspetti arriva una tempesta. In questi casi l’unica cosa da fare è cercare riparo e prepararti ad affrontare
A questo punto divenne subito seria ed aggiunse velocemente: “Adesso scusami ma devo prepararmi ad affrontare il mare”. Fu allora che il delfino capì che doveva farsi da parte ma volle comunque tenere sotto controllo la barca a vela che era stata così gentile con lui. Pensò che forse in questa occasione avrebbe potuto esserle d’aiuto in qualche modo e si mise a nuotare non molto distante dall’imbarcazione che già cominciava a subire i colpi della mareggiata.
Per molte ore il mare ululò e la piccola barchetta si difese come poté ma le vele si danneggiarono fortemente e, quando finalmente la tempesta terminò, era così malconcia che quasi non riusciva più a muoversi. Lo scafo era scalfito in vari punti, la vela principale quasi completamente distrutta e l’albero maestro sembrava l’ombra allungata di un bambino triste e sperduto.
Il delfino aveva vegliato sulla barca durante tutto il tempo, a volte provando addirittura a schivare col suo corpo le onde più forti, fermandole prima che colpissero la barchetta.
Lei era stremata, non riusciva neanche a parlare e se ne stava alla deriva in mezzo al mare. Sembrava davvero che avesse perso ogni speranza. Il delfino la guardava sconsolato e voleva far qualcosa per lei. Che ne era della fiera signora che lodava le sue capacità di gestire il vento e di affrontare ostacoli improvvisi?
Il delfino provava un senso di affettuosa vicinanza e pena per lei e così provò a dirle qualcosa: “Ehi, te la sei vista brutta eh? Ma sei stata così coraggiosa ed eccoti ancora a galla. Ti stimo sai per come hai affrontato
Ma lei era davvero sconvolta e quasi non si accorse che il delfino le stava parlando. Rimase lì senza più forza, inerme, indifesa.
Ma ecco che improvvisamente il delfino percepì degli ultrasuoni. Disse alla barca di aspettarlo perché sarebbe andato a capire chi stava cercando di mettersi in comunicazione con lui non lontano da dove si trovavano e poi sarebbe tornato da lei. La barchetta si dispiacque che il suo amico aveva deciso di allontanarsi e, depressa com’era, pensò subito che fosse una scusa per liberarsi di lei. Ma non disse nulla. Non aveva la forza nemmeno di parlare.
Il delfino si mosse allora in direzione delle onde sonore che aveva percepito e dopo qualche centinaio di metri a nuoto sentì che si trattava di un uomo. Ne aveva incontrati altri e così seppe riconoscere e decifrare quel suono come voce umana. Il tale sembrava in preda al panico e gridava. Allora il delfino capì che doveva essere molto cauto perchè quell’incontro avrebbe potuto essergli fatale. Quindi si avvicinò con circospezione fin quando non gli fu chiara la situazione: l’uomo aveva subìto anche lui i colpi della tempesta,così come l’imbarcazione su cui si trovava. Non ne era rimasto che un pezzo di legno su cui si sosteneva mentre continuava a gridare aiuto a squarciagola.
Il delfino curioso si avvicinò ancora un poco ma lentamente, per non spaventarlo. Poi gli parlò. O meglio, provò a comunicare con lui.
Ma l’uomo non sembrava comprenderlo. Doveva essere in preda alla disperazione e di tanto in tanto sembrava vaneggiasse: “Io sono il capitano di un pezzo di legno! Ecco che valore ho. Ecco cosa sono stato capace di fare. Ho distrutto la barca che mi era stata affidata e magari sono anche l’unico sopravvissuto. Che orrore. Capitano di un bel niente. Capitano di stracci! Che miseria! Che destino infame! Potessi morire almeno espierei questa colpa che mi grava sul cuore. Berrò acqua di mare salata fino a scoppiare ed allora finalmente avrò espiato il mio peccato. Arrogante, presuntuoso che non sono stato altro. Capace solo di bere ed ubriacarmi, per poi non rendermi conto del pericolo. Meschino che sono! Scoppierò bevendo l’acqua del mare! Ecco la giusta fine che merito.”
Preoccupato per quanto stava per accadere, vedendolo bere l’acqua del mare, il delfino decise di intervenire e così si mise accanto all’uomo. Gli fece segno di aggrapparsi a lui e quello ubbidì. Lasciò però andare il pezzo di legno a cui si aggrappava ed il delfino non sapeva come fargli capire che non poteva lasciarlo lì. Allora tornò a recuperarlo. Dopo un paio di volte l’uomo capì che non si sarebbe mosso senza quel pezzo di legno ed allora lo portò con sé.
“Sei venuto a salvarmi? O forse a dannarmi? Mi porti via di qui ma vuoi che prenda anche il bastone. A cosa ti serve? Dove mi porti servono le prove dei miei misfatti? Oppure servirà a bastonarmi?”
Nonostante tutti questi deliri, lo seguì senza mollare quel pezzo di legno che il delfino aveva sapientemente immaginato potesse diventare un utilissimo remo. Insieme andarono verso il punto in cui il delfino aveva lasciato la barca e la ritrovarono ancora lì. Guardandola da lontano al delfino si strinse il cuore. Sembrava proprio un relitto. E poteva sentire le onde sonore del suo pianto.
L’uomo invece alla vista della barca esultò come un pazzo. Gridò “Salvezza! Salvezza!! Era il paradiso, non l’inferno! La salvezza e non la tortura dove mi portavi! Grazie mio buon amico! Grazie infinite per avermi salvato!!”
Dopo poco, avvicinandosi, capì anche a cosa sarebbe servito quel bastone e comprese che ciò che aveva sentito dire a proposito della grande intelligenza dei delfini era proprio vero. Stupefatto e commosso si strinse al suo amico e pianse di gioia.
Ma la barca non fu altrettanto entusiasta del nuovo arrivato e si rifiutò di accettare l’idea che lui potesse salire e, remando, portarla altrove.
Allora l’uomo disse una cosa che nessuno in quel momento si sarebbe aspettato. Capita così a volte, quando il destino, prepotente, si manifesta.
L’uomo disse: Un punto non è divisibile perché non ha estensione. Accorgendosi che con questa affermazione aveva suscitato almeno l’interesse della barca, continuò: Se rimani sola e ti rifiuti di accettare la collaborazione, se non sei capace di condividere, resterai sempre un punto destinato a scomparire. Se invece adesso accetti la tua debolezza ed il fatto che sola hai dei limiti, come sto facendo anche io, insieme saremo più forti. E potremmo espanderci.
La barca sbalordita non aveva davvero le forze per opporsi e così, mentre ancora provava a rimuginare sul pensiero di quell’uomo così malconcio come lei, eppure così determinato, le venne voglia di abbandonarsi, di chiudere gli occhi e lasciarsi guidare. Abituata com’era a capire e valutare ogni cosa prima di agire - il vento e la sua direzione prima di muoversi, le intemperie ed i possibili pericoli prima di avviarsi - questa volta sentì che quell’estrema spossatezza la stava conducendo verso una terra nuova.
Fu così che abbandonò le solite difese e scoprì che, a volte, essere vulnerabili non è un delitto. Accettò l’aiuto di quell’uomo che parlava di punti divisibili e di estensioni ed apprezzò con tutto il cuore quanto il delfino aveva fatto in modo che accadesse.
Mentre sorrideva con dolcezza al delfino, sfinita, lasciò che il matematico le facesse il solletico coi piedi salendo.
Nessuno sa se si misero in salvo, ma certo è che tutti e tre insieme viaggiarono. Viaggiarono molto. Viaggiarono così tanto che dimenticarono come gli era capitato un giorno di ritrovarsi uniti.
I ponti di Madison County è il racconto di un’intensa storia d’amore, nota al grande pubblico nella versione cinematografica firmata ed interpretata da Clint Eastwood, accanto a Meryl Streep: un amore totale, dei sensi e del cuore, una passione “giovane”, vissuta appieno da un uomo e una donna di mezza età, come l’inaspettato, ultimo regalo della vita.
Come la fotografia ha il potere di fermare istanti del tempo in una dimensione atemporale, così, come in un’istantanea, l’amore intenso e travolgente fra i due, viene congelato nello spazio del ricordo. Per mantenerlo puro, per riviverlo come allora ogni volta nel rammentarlo.
Come la poesia ha il potere di esaltare la passione dei sentimenti purificandola ed innalzandola oltre il terreno ed il contingente, così, come nello scorrere lieve e insieme doloroso dei versi, questo canto tragico si racconta e si racconta ancora.
I ponti di Madison County sono ponti di legno, chiusi ai due lati e coperti da un tetto. Chi vi entra prima si perde nel buio ma poi scorge in lontananza una luce abbagliante, che turba ed inquieta. Da quella luce non si può fare a meno di essere attratti; l’altra estremità rappresenta le altre possibilità che quell’abbaglio di luce suggerisce.
La messa in scena invece, a dispetto di quanto la storia possa suggerire, è tutta in sottrazione. L’azione è negata per lasciare spazio alla parola ed al racconto. L’unico atto in scena è quello del rievocare, accentuato dalla presenza del narratore e dalla sequenza di racconti che ciascuno fa attraverso il ricordo narrato o scritto di una lettera.
Ma se ci si muove sottovoce, senza che i propri passi facciano rumore, su un pavimento soffice di un luogo non reale, il rischio è che anche le emozioni siano lontane, appena percepibili attraverso un’eco piena di pudore. Quello che viene sottratto allora è il bagliore della luce che trafigge, squarcia, incide inaspettatamente la vista ed i cuori, fino al profondo. Quello che rimane sono le tavole di legno di quei ponti chiusi, coperti, che impediscono la vista.
Ci si chiede perché scegliere di “raccontare” la passione in uno spazio – quello teatrale - che è principalmente dedicato all’azione. Inoltre la recitazione dei due protagonisti è eccessivamente pacata e contenuta, quando non affettata e poco credibile.
Insomma pare che la scelta di Francesca, di rinunciare a vivere profondamente l’amore disperato per Robert, in virtù di una scelta di consapevolezza, dettata dalla coraggiosa e disperata razionalità, rispecchi la scelta registica di Lorenzo Salveti, che è anche adattatore del testo – che non si lascia trascinare dal vortice della passionalità, né vi trascina il pubblico.
“Noi siamo le scelte che abbiamo fatto”
Il ricordo ed il racconto, praticati per anni, possono colmare il vuoto di ogni mancanza, specie quella della rinuncia, ma non riescono a riempire la mancanza di emozioni intense sul palcoscenico che ospita questa pièce.
(Valentina Carrabino)
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