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Recensioni ed articoli teatrali, scritti e racconti, arte, commenti e tutto ciò che possa nutrire l'anima.
sabato, 04 luglio 2009

PER FAVORE NON SPOSTATE LE ROCCE - Racconto Inedito

Ho conosciuto Gaia per caso. Devo ammettere che ho provato da subito una forte attrazione per lei, un misto di languore profondamente viscerale e di rapimento intellettuale. In quel periodo sentivo un gran bisogno di guardare lontano. Stavo finalmente sbloccando alcuni nodi emotivi che avevo coltivato per anni ed avevo una gran voglia di orizzonti sconfinati.

Leggendo una rivista scoprii l’esistenza di un posto in America - la Valle della Morte - che mi attirò particolarmente. Si tratta di una vallata alquanto curiosa per via di alcuni fenomeni legati alle rocce, formatasi per l’abbassamento della terra tra due catene di ripidi monti che da milioni di anni si stanno separando. In questa vallata, situata all’interno del più grande parco nazionale degli Stati Uniti, si trova il letto di un lago asciutto. Viene chiamato “Race Track” per via dello strano fenomeno che vi si manifesta quando piove e sul terreno si forma un fango scivoloso, sul quale pare che alcune rocce, anche molto pesanti, abbiano il piacere di scivolare, spinte dal vento, seguendo percorsi imprevedibili. Pare, e qui viene il bello, perché nessuno le ha mai viste scivolare. Lo deducono gli studiosi che le hanno nominate, catalogate ed analizzate, dal fatto che vengono trovate in posizioni sempre diverse e dall’evidente scia che lasciano sul fango. Eppure nessuno le ha mai viste mentre scivolano. L’articolo menzionava quanto riportato su un cartello del Park Service: “Per favore non portate via le rocce. Se vengono spostate non significano più nulla.”

 

A volte i segni lasciati sono più evidenti del movimento stesso. Lo confermano laddove sembra mancarne l’evidenza. Così successe anche con Gaia. Nonostante la difficile e complessa situazione sentimentale che stava affrontando, decise di frequentarmi. Io ero titubante. Indebolita da precedenti esperienze in cui avevo messo in gioco tutta me stessa, faticavo a ricostruire punti di appoggio che mi sostenessero adeguatamente. Era difficile per me distinguere il desiderio di lei dalla necessità di non commettere i soliti errori. Eppure mi sentivo fiduciosa. Forte più di prima, di una forza eloquente ed inaspettata. Così uscimmo insieme qualche volta. Erano incontri di avvicinamento e conoscenza. Lei mi travolse con la sua vita piena di impegni e di complessità. Dal momento della scoperta della sua omosessualità era trascorso poco più di un anno e stava ancora cercando di superare i sensi di colpa, acuiti in lei dalla presenza di una famiglia già costituita. Il suo compagno non l’aveva ostacolata. Si era anzi fatto in disparte ricostruendosi una vita di coppia con un’altra donna ma continuando a vivere con Gaia ed i loro figli. Anche lei aveva trovato una nuova compagna che era stata introdotta nell’universo familiare e nella casa dove continuava a vivere con i figli ed il marito. La loro divenne ben presto una famiglia allargata. Io mi chiesi da subito come avrei interagito con quell’insolito nucleo, ma ebbi cura di lasciar scivolare quel pensiero lontano, per non dovermi concentrare sulla mia tendenza a progettare il futuro prima ancora di definire il presente.

 

Come spesso accade quando ci si lascia travolgere dagli eventi, il vento ci sposta e ci muove verso situazioni inaspettate. Fu così che mi ritrovai con lei, a casa sua, in una camera chiusa a chiave per non correre il rischio di essere scoperte dai bambini che dormivano nella stanza accanto. Dapprima infastidita ed anche intimidita dalla situazione in sé e dalla condizione in cui mi trovavo, non riuscii a fare a meno di vivere quel presente tanto intenso. L’intesa fra noi fu immediatamente evidente. Stavolta ero io l’esperta e la cosa non mi disturbava affatto. Con dolcezza e passione ci incamminammo sui sentieri dell’imprevedibile.

La sua pelle morbida e vellutata scivolava sulla mia. Il calore dei nostri corpi rendeva l’aria rarefatta. Il nostro respiro in sintonia sembrava palpabile. Al contatto con i suoi segreti erogeni si sprigionava un odore ogni volta diverso: ora di magnolia, poi di ferro, di legno di ciliegio; e ancora di latte, di bacche di ginepro e poi di zenzero misto a cardamomo. Mentre i suoi capelli mi accarezzavano lievi sentivo la mia pelle diventare sottile, come carta velina.  

 

A quell’incontro ne seguirono altri perché non si può arrestare il flusso di un fiume che dalla sorgente volge al mare. O perlomeno io non potei. Successivamente fui quindi presentata alla sua famiglia e mi sorpresi ridente e serena a giocare coi suoi figli dopo una succulenta cena preparata da me. Fu lei a decidere che quella notte l’avremmo passata insieme nella sua stanza e non nella cameretta della prima volta. Questa volta non era possibile chiuderci a chiave ma io non me ne accorsi. Non feci nemmeno caso alle lenzuola stropicciate che doveva aver condiviso fino alla notte precedente con suo marito. Non notai, alla fioca luce delle candele, che nel suo sguardo carico di folle ardore, c’era un oscuro dolore.

Quando la mattina successiva vidi suo figlio avvicinarsi al letto che condividevo con lei ancora addormentata e ritrarsene non appena si rese conto della mia presenza, provai il desiderio di scomparire. Volevo liquefarmi, rarefarmi, evaporare. Quando poi Gaia si svegliò lui tornò e si accucciò su di lei abbracciandola. Un forte calore si diffuse ed io che ero lì accanto ne fui avvolta come da una nuvola di vapore dal sapore dolciastro. Fu allora che sentii un tocco lieve sulla mia coscia. Leggerissime piccole dita affusolate mi accarezzavano. Era il piccolo che deliberatamente aveva stabilito quel contatto. Ne rimasi pietrificata. Immobile nel corpo mentre nella testa frullavano interpretazioni d’ogni sorta, seguii infine l’istinto e mi ritrassi. Intimamente scossa da quel contatto capii che mi ero spinta troppo oltre.

Ripensai a quell’articolo letto quando desideravo orizzonti lontani. Riflettei sulla differenza fra le cose evidenti e quelle conseguenti. Il tono usato era curiosamente ambivalente. L’autore paragonava la Valle della Morte ad una sorta di pornografia scientifica, perchè in quel luogo la terra è quasi completamente nuda. Solitamente infatti i geologi sono abituati a vedere distintamente montagne e valli abissali, mentre stentano a scoprire gli effetti dell’erosione, anche perché la Terra Madre pudica li nasconde sotto l’erba, il fango, la neve o i ghiacciai. Invece lì tutto era visibile. O quasi.

postato da: carrabinov alle ore luglio 04, 2009 19:29 | link | commenti | commenti
categorie: racconti
sabato, 09 maggio 2009

Recensione - Sapore di Sale

Sapore di Sale

Il Centro Internazionale Arti Contemporanee, con il sostegno del Comune di Roma e l’Assessorato alle Politiche Culturali e della comunicazione, presenta questa manifestazione e propone uno spettacolo in cui si raccontano le speranze dell’Italia del boom economico.

 

Dal piccolo mondo fatto di roccia e pascoli, Roberto, un pastore lucano si trasferisce a Torino, dove entra nell’ingranaggio della grande fabbrica che lo trasforma, lo risucchia ed infine lo uccide.

 

La Famiglia, il nucleo originario e lontano, gli affetti autentici, la semplicità della miseria e della solitudine sono lontane durante la sua trasformazione, ma nel finale riemergono, come in un aldilà surreale in cui sembra possibile continuare a condividere sogni e speranze.

 

Il pregio di questo spettacolo sta nella particolare connotazione attraverso cui si esprime: i contrasti surreali ed il linguaggio degli opposti veicolano emozioni autentiche, denotando con abilità quello sguardo semplice, puro e leggero, ma anche mordace ed amaro nella sua ironia, attraverso cui si comunicano i messaggi.

 

La storia è ambientata negli anni Sessanta quando gli “emigranti” si spostavano dall’Italia del sud a quella del nord, ma la stessa situazione, con dinamiche molto simili, può essere trasposta nel presente contemporaneo, con la differenza che gli “immigrati”vegono da un poco più lontano. Non molto più lontano in definitiva.

 

L’utilizzo del dialetto e l’espediente dei passaggi coreografici hollywoodiani spiazzano lo spettatore almeno quanto la presenza di una pecora vera in scena. L’uso dello spazio scenico però non aiuta la fruizione dello spettatore che risulta infastidito anche dai continui cambi di scena che rallentano il tempo drammatico smorzandone la tensione.

 

Nel complesso è uno spettacolo che offre molti spunti originali e di sicura lode ma non gode della fluidità d’insieme che una diversa maturità registica avrebbe potuto coordinare.

(Valentina Carrabino)

leggi la scheda completa su www.teatroteatro.it

postato da: carrabinov alle ore maggio 09, 2009 13:44 | link | commenti | commenti
categorie: recensioni
sabato, 25 aprile 2009

CORRENTI (ovvero la storia della barca a vela autosufficiente, del delfino curioso e del capitano matematico) - Racconto inedito

C’era una volta una barca a vela che veleggiava nel mare ed era felicissima di andare, di spostarsi nell’acqua libera, di navigare.

Un giorno si accorse che un delfino la seguiva. Per la verità non era certa che la stesse seguendo ma aveva quest’impressione perché quel mammifero sembrava tenersi ad una distanza strategica rimanendo sempre dietro la sua scia. Allora, nonostante la sua natura riservata, un giorno prese coraggio e parlò al delfino. Disse: “Ciao bel pesce. Come stai?”

E lui piacevolmente sorpreso dell’approccio della barca a vela: “Bene. E tu?”

“Molto bene grazie” rispose lei.

Dopo un po’ di silenzio il delfino capì che doveva prendere coraggio anche lui e così disse: “Sai, è da un po’ che ti seguo perché vorrei riuscire a capire una cosa che mi sta molto a cuore, e cioè come funziona il vento!”

E la barca allora rispose sorridendo: “Oh è molto semplice. Devi sapere che il vento è forte e potente, specialmente negli spazi aperti ed in mezzo al mare. Lui segue una direzione e soffia sempre, fin quando non cambiano alcuni presupposti ed allora anche il vento modifica la traiettoria”.

A questo punto lui la interruppe: “Si, ma tu come fai a muoverti nell’acqua senza nuotare?”

“E’ perché io galleggio solo sull’acqua; per muovermi mi faccio spingere dal vento. Quello che devo fare è solo decidere se seguire la stessa direzione del vento oppure andare altrove. Nel primo caso è tutto molto semplice. Seguo la scia del vento e corro veloce senza far fatica. Se invece decido di seguire un’altra rotta rispetto a quella del vento, allora mi tocca faticare un bel po’ di più, allungare la traiettoria, rallentare la marcia, ma è sempre possibile andare. In qualunque direzione.

Un po’ come sicuramente capita anche a te quando sei sott’acqua ed incontri delle correnti: a seguirle potresti anche smettere del tutto di nuotare e correre velocemente semplicemente lasciandoti trasportare. Oppure no, ed allora devi nuotare tu senza l’aiuto della corrente e può essere anche molto faticoso.

Del resto funziona così anche nella vita: è una questione di scelte”

Il delfino la ascoltava attento ed anche un po’ perplesso. La lasciò finire, quindi aggiunse: “E cosa fai se mentre decidi di seguire il vento incontri un ostacolo, come uno scoglio o una piccola isola?”

Prontamente la barca rispose: “In quei casi, come sempre nella vita, devi essere pronto a reagire per modificare la direzione della tua imbarcazione, in modo da evitare l’ostacolo. Ecco perché è molto molto importante non distrarsi mai dopo aver preso una direzione. Occorre essere sempre vigili, anche quando pensi di poterti rilassare.

Non è facile imparare a gestire le cose belle nella vita”.

 

Ma proprio mentre parlavano il cielo si fece improvvisamente scuro e si coprì di nuvole. I due dapprima non se ne resero conto ma dopo un poco la luce scomparve per lasciare posto alla notte più cupa. Allora il delfino chiese alla barca cosa avrebbe fatto e come si comportava quando il mare si faceva grosso e preannunciava tempesta come in quel caso. La barca sembrava molto impaurita e preoccupata da quell’improvviso cambio meteorologico: “E’ molto strano che il cielo si sia rabbuiato così improvvisamente. Ma può succedere a volte che proprio quando meno te l’aspetti arriva una tempesta. In questi casi l’unica cosa da fare è cercare riparo e prepararti ad affrontare la bufera. E’ dura tenere il mare in queste condizioni e si rischia di cappottare la barca ed allora tutto può finire. Per sempre”.

A questo punto divenne subito seria ed aggiunse velocemente: “Adesso scusami ma devo prepararmi ad affrontare il mare”. Fu allora che il delfino capì che doveva farsi da parte ma volle comunque tenere sotto controllo la barca a vela che era stata così gentile con lui. Pensò che forse in questa occasione avrebbe potuto esserle d’aiuto in qualche modo e si mise a nuotare non molto distante dall’imbarcazione che già cominciava a subire i colpi della mareggiata.

Per molte ore il mare ululò e la piccola barchetta si difese come poté ma le vele si danneggiarono fortemente e, quando finalmente la tempesta terminò, era così malconcia che quasi non riusciva più a muoversi. Lo scafo era scalfito in vari punti, la vela principale quasi completamente distrutta e l’albero maestro sembrava l’ombra allungata di un bambino triste e sperduto.

Il delfino aveva vegliato sulla barca durante tutto il tempo, a volte provando addirittura a schivare col suo corpo le onde più forti, fermandole prima che colpissero la barchetta.

Lei era stremata, non riusciva neanche a parlare e se ne stava alla deriva in mezzo al mare. Sembrava davvero che avesse perso ogni speranza. Il delfino la guardava sconsolato e voleva far qualcosa per lei. Che ne era della fiera signora che lodava le sue capacità di gestire il vento e di affrontare ostacoli improvvisi?

Il delfino provava un senso di affettuosa vicinanza e pena per lei e così provò a dirle qualcosa: “Ehi, te la sei vista brutta eh? Ma sei stata così coraggiosa ed eccoti ancora a galla. Ti stimo sai per come hai affrontato la tempesta. Come ti senti ora? Posso fare qualcosa per te?”

Ma lei era davvero sconvolta e quasi non si accorse che il delfino le stava parlando. Rimase lì senza più forza, inerme, indifesa.

 

Ma ecco che improvvisamente il delfino percepì degli ultrasuoni. Disse alla barca di aspettarlo perché sarebbe andato a capire chi stava cercando di mettersi in comunicazione con lui non lontano da dove si trovavano e poi sarebbe tornato da lei. La barchetta si dispiacque che il suo amico aveva deciso di allontanarsi e, depressa com’era, pensò subito che fosse una scusa per liberarsi di lei. Ma non disse nulla. Non aveva la forza nemmeno di parlare.

Il delfino si mosse allora in direzione delle onde sonore che aveva percepito e dopo qualche centinaio di metri a nuoto sentì che si trattava di un uomo. Ne aveva incontrati altri e così seppe riconoscere e decifrare quel suono come voce umana. Il tale sembrava in preda al panico e gridava. Allora il delfino capì che doveva essere molto cauto perchè quell’incontro avrebbe potuto essergli fatale. Quindi si avvicinò con circospezione fin quando non gli fu chiara la situazione: l’uomo aveva subìto anche lui i colpi della tempesta,così come l’imbarcazione su cui si trovava. Non ne era rimasto che un pezzo di legno su cui si sosteneva mentre continuava a gridare aiuto a squarciagola.

Il delfino curioso si avvicinò ancora un poco ma lentamente, per non spaventarlo. Poi gli parlò. O meglio, provò a comunicare con lui.

Ma l’uomo non sembrava comprenderlo. Doveva essere in preda alla disperazione e di tanto in tanto sembrava vaneggiasse: “Io sono il capitano di un pezzo di legno! Ecco che valore ho. Ecco cosa sono stato capace di fare. Ho distrutto la barca che mi era stata affidata e magari sono anche l’unico sopravvissuto. Che orrore. Capitano di un bel niente. Capitano di stracci! Che miseria! Che destino infame! Potessi morire almeno espierei questa colpa che mi grava sul cuore. Berrò acqua di mare salata fino a scoppiare ed allora finalmente avrò espiato il mio peccato. Arrogante, presuntuoso che non sono stato altro. Capace solo di bere ed ubriacarmi, per poi non rendermi conto del pericolo. Meschino che sono! Scoppierò bevendo l’acqua del mare! Ecco la giusta fine che merito.”

Preoccupato per quanto stava per accadere, vedendolo bere l’acqua del mare, il delfino decise di intervenire e così si mise accanto all’uomo. Gli fece segno di aggrapparsi a lui e quello ubbidì. Lasciò però andare il pezzo di legno a cui si aggrappava ed il delfino non sapeva come fargli capire che non poteva lasciarlo lì. Allora tornò a recuperarlo. Dopo un paio di volte l’uomo capì che non si sarebbe mosso senza quel pezzo di legno ed allora lo portò con sé.

“Sei venuto a salvarmi? O forse a dannarmi? Mi porti via di qui ma vuoi che prenda anche il bastone. A cosa ti serve? Dove mi porti servono le prove dei miei misfatti? Oppure servirà a bastonarmi?”

Nonostante tutti questi deliri, lo seguì senza mollare quel pezzo di legno che il delfino aveva sapientemente immaginato potesse diventare un utilissimo remo. Insieme andarono verso il punto in cui il delfino aveva lasciato la barca e la ritrovarono ancora lì. Guardandola da lontano al delfino si strinse il cuore. Sembrava proprio un relitto. E poteva sentire le onde sonore del suo pianto.

L’uomo invece alla vista della barca esultò come un pazzo. Gridò “Salvezza! Salvezza!! Era il paradiso, non l’inferno! La salvezza e non la tortura dove mi portavi! Grazie mio buon amico! Grazie infinite per avermi salvato!!”

Dopo poco, avvicinandosi, capì anche a cosa sarebbe servito quel bastone e comprese che ciò che aveva sentito dire a proposito della grande intelligenza dei delfini era proprio vero. Stupefatto e commosso si strinse al suo amico e pianse di gioia.

Ma la barca non fu altrettanto entusiasta del nuovo arrivato e si rifiutò di accettare l’idea che lui potesse salire e, remando, portarla altrove.

Allora l’uomo disse una cosa che nessuno in quel momento si sarebbe aspettato. Capita così a volte, quando il destino, prepotente, si manifesta.

L’uomo disse: Un punto non è divisibile perché non ha estensione. Accorgendosi che con questa affermazione aveva suscitato almeno l’interesse della barca, continuò: Se rimani sola e ti rifiuti di accettare la collaborazione, se non sei capace di  condividere, resterai sempre un punto destinato a scomparire. Se invece adesso accetti la tua debolezza ed il fatto che sola hai dei limiti, come sto facendo anche io, insieme saremo più forti. E potremmo espanderci.

La barca sbalordita non aveva davvero le forze per opporsi e così, mentre ancora provava a rimuginare sul pensiero di quell’uomo così malconcio come lei, eppure così determinato, le venne voglia di abbandonarsi, di chiudere gli occhi e lasciarsi guidare. Abituata com’era a capire e valutare ogni cosa prima di agire - il vento e la sua direzione prima di muoversi, le intemperie ed i possibili pericoli prima di avviarsi - questa volta sentì che quell’estrema spossatezza la stava conducendo verso una terra nuova.

Fu così che abbandonò le solite difese e scoprì che, a volte, essere vulnerabili non è un delitto. Accettò l’aiuto di quell’uomo che parlava di punti divisibili e di estensioni ed apprezzò con tutto il cuore quanto il delfino aveva fatto in modo che accadesse.

Mentre sorrideva con dolcezza al delfino, sfinita, lasciò che il matematico le facesse il solletico coi piedi salendo.

 

Nessuno sa se si misero in salvo, ma certo è che tutti e tre insieme viaggiarono. Viaggiarono molto. Viaggiarono così tanto che dimenticarono come gli era capitato un giorno di ritrovarsi uniti.

postato da: carrabinov alle ore aprile 25, 2009 00:49 | link | commenti | commenti
categorie: racconti
sabato, 18 aprile 2009

Recensione - I ponti di Madison County

I ponti di Madison CountyI ponti di Madison County è il racconto di un’intensa storia d’amore, nota al grande pubblico nella versione cinematografica firmata ed interpretata da Clint Eastwood, accanto a Meryl Streep: un amore totale, dei sensi e del cuore, una passione “giovane”, vissuta appieno da un uomo e una donna di mezza età, come l’inaspettato, ultimo regalo della vita.

Come la fotografia ha il potere di fermare istanti del tempo in una dimensione atemporale, così, come in un’istantanea, l’amore intenso e travolgente fra i due, viene congelato nello spazio del ricordo. Per mantenerlo puro, per riviverlo come allora ogni volta nel rammentarlo.
Come la poesia ha il potere di esaltare la passione dei sentimenti purificandola ed innalzandola oltre il terreno ed il contingente, così, come nello scorrere lieve e insieme doloroso dei versi, questo canto tragico si racconta e si racconta ancora.

I ponti di Madison County sono ponti di legno, chiusi ai due lati e coperti da un tetto. Chi vi entra prima si perde nel buio ma poi scorge in lontananza una luce abbagliante, che turba ed inquieta. Da quella luce non si può fare a meno di essere attratti; l’altra estremità rappresenta le altre possibilità che quell’abbaglio di luce suggerisce.

La messa in scena invece, a dispetto di quanto la storia possa suggerire, è tutta in sottrazione. L’azione è negata per lasciare spazio alla parola ed al racconto. L’unico atto in scena è quello del rievocare, accentuato dalla presenza del narratore e dalla sequenza di racconti che ciascuno fa attraverso il ricordo narrato o scritto di una lettera.
Ma se ci si muove sottovoce, senza che i propri passi facciano rumore, su un pavimento soffice di un luogo non reale, il rischio è che anche le emozioni siano lontane, appena percepibili attraverso un’eco piena di pudore. Quello che viene sottratto allora è il bagliore della luce che trafigge, squarcia, incide inaspettatamente la vista ed i cuori, fino al profondo. Quello che rimane sono le tavole di legno di quei ponti chiusi, coperti, che impediscono la vista.

Ci si chiede perché scegliere di “raccontare” la passione in uno spazio – quello teatrale - che è principalmente dedicato all’azione. Inoltre la recitazione dei due protagonisti è eccessivamente pacata e contenuta, quando non affettata e poco credibile.
Insomma pare che la scelta di Francesca, di rinunciare a vivere profondamente l’amore disperato per Robert, in virtù di una scelta di consapevolezza, dettata dalla coraggiosa e disperata razionalità, rispecchi la scelta registica di Lorenzo Salveti, che è anche adattatore del testo – che non si lascia trascinare dal vortice della passionalità, né vi trascina il pubblico.

“Noi siamo le scelte che abbiamo fatto”

Il ricordo ed il racconto, praticati per anni, possono colmare il vuoto di ogni mancanza, specie quella della rinuncia, ma non riescono a riempire la mancanza di emozioni intense sul palcoscenico che ospita questa pièce.

(Valentina Carrabino)

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postato da: carrabinov alle ore aprile 18, 2009 12:36 | link | commenti | commenti
categorie: recensioni
sabato, 28 marzo 2009

Recensione - L'Ascensorista

L"Se hai la pazienza di ascoltare i miei silenzi, riuscirai a sentire le parole che non riesco a dire"

L'innocenza della carne espressa attraverso la luce che traspare da un corpo nudo che ricorda.

Un viaggio tra le pieghe dell’anima, laddove le scalfiture sono profonde, giù fino agli abissi e poi su fino all’inconsistente leggerezza del pensiero.
Il corpo del danzatore nudo si veste per narrare e lo fa svestendosi da ogni protezione. Come in un viaggio, pieno di stupore e meraviglia, si fa uomo, donna, bambino, anziano, soldato, sposa. I vestiti danno indicazioni per raccontare personaggi che sono solo luci attraverso cui guardare dentro al fondo dell’anima. E’ lì che lo spettacolo si svolge. E’ lì che lo spettatore è trascinato anche suo malgrado. E’ lì che l’emozione vibra, fa male, scalfisce, si arrotola su se stessa, si allenta, si addolcisce, si dipana e si riavvolge ancora. E’ lì che riesci a scorgere l’anima, tra le sue pieghe segnate dagli anni, dalle esperienze di vita, dagli incontri lungo il cammino. E’ lì che senti vibrare le corde del mondo in un corpo solo, che segue le pure istintive primordiali pulsioni interiori e riesce ad esprimere tutta la vastità delle emozioni umane.

Alberto Cacopardo vibra e si accende da qualche parte recondita che non si riesce a vedere con gli occhi, che non è facile, se non addirittura inappropriato, descrivere con le parole, ma che si percepisce e si sente pulsare dentro lo scorrere del sangue di chi lo guarda, nei pori della pelle di chi respira le particelle invisibili smosse dalla sua danza.
E’ una danza tormentata e dolorosa. E’ anche una danza capace di un respiro ampio. E’ danza che racconta scorrendo sui tempi ed i modi di un narrare insolito, fortemente emozionante, sicuramente indimenticabile.

Quando lo spettacolo finisce ti chiedi se quel varco, o quello squarcio, che ti sembra ti si sia aperto dentro, si rimarginerà mai. E mentre ascolti il silenzio carico di vibrazioni che ancora ti scuotono dentro, in un dove che non conoscevi, speri che le emozioni che ti hanno accompagnato abitino ancora dentro di te, e che attraverso quello spiraglio ti riesca ancora di guardare il mondo come da dentro le pieghe dell’anima.

Valentina Carrabino

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postato da: carrabinov alle ore marzo 28, 2009 10:59 | link | commenti | commenti
categorie: recensioni
sabato, 28 marzo 2009

Recensione - La dote della sposa

EvaRossellaBioloEvarossella ha più di un nome. E racconta più di una storia.
Perché mentre si infila la strada viene naturale infilare storie, come perle in una collana. Quelle storie del passato che parlano del futuro.
Le storie si intrecciano su più piani temporali ma le donne narranti sono un’unica entità, rappresentate da un unico corpo. Il corpo narrante dell’interprete che racconta danzando e con le parole. E si fa madre, figlia, moglie in fuga, donna stanca, come quelle donne che sono vive solo nei sogni dei matti.

Attraverso le parole ed i racconti di donne, si ascoltano i luoghi ed i paesaggi. E le storie narrate sono quelle delle nonne, nei ricordi di bambine, gli avvenimenti della storia, dal sussidiario alle leggende della tradizione veneta e ladina. Tutto avviene in viaggio, lungo un percorso, che è della memoria, dei luoghi, dei paesi, della tradizione, dei paesaggi, delle persone, dei miti, dei colori e delle montagne.

Il pubblico si abbandona incosciente e si lascia trasportare nei luoghi descritti, fra le voci in dialetto e lo scrosciare dell’acqua del fiume. Un fiume che è femmina, perché almeno una volta all’anno va in calore, e si gonfia, si gonfia e pare riempirsi di leggende, che poi sono quelle storie senza tempo che usano gli anziani per spiegare la vita.

Una proposta di monologo-racconto che, pur se non del tutto matura nella coniugazione fra la forma di espressione corporea con quella verbale, esprime contenuti attuali e stimolanti. Molto toccante, anche se a tratti ancora timida, l’interpretazione dell’autrice e regista del testo.

Splendide le luci e la resa scenica di questo spettacolo minimalista e delicato, capace però di toccare il fondo dell’anima e lasciarla spiazzata nel silenzio, col desiderio ancora di ascoltare. Come un incantesimo.

Valentina Carrabino

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postato da: carrabinov alle ore marzo 28, 2009 10:41 | link | commenti | commenti
categorie: recensioni
domenica, 01 marzo 2009

RACCONTO INEDITO - Sulla scia dell'AIRONE

Era uno di quelli che accompagnano le porte chiudendole.

Gli piaceva andare al lavoro in bicicletta la mattina per poter avere tempo e modo di guardare i colori del cielo, giorno dopo giorno, mutamento dopo mutamento.

Insegnava biologia. Aveva tanti alunni che lo stimavano ma nessun amico. Aveva tante abitudini a cui si legava e slegava con il passare delle stagioni.

Essere solitario era nella sua natura.

 

Anche quella mattina prese la sua bici e si diresse verso la scuola media per la solita strada di ponti e viali alberati.

Da qualche tempo, ogniqualvolta si trovava solo all’aria aperta, avvertiva come una vicinanza, e subito un pensiero gli balenava alla mente: l’airone. Dov’era ora, mentre lui guardava il cielo noncurante dei passanti?

L’airone arrivava ogni volta silenziosissimo, planando come al rallentatore e chiudendo piano piano le enormi ali. Poi si assestava sulle gracili zampe, riponeva il lungo collo fra le scapole e lo guardava fisso, dritto dentro agli occhi. Non importa quanto fossero distanti, ogni volta cercava il suo sguardo e lo guardava proprio dentro agli occhi.

Era uno sguardo serio, composto, eppure estremamente diretto. Aveva quella luce di saggezza che hanno negli occhi certi pescatori molto anziani la sera quando si alzano da tavola dopo cena per annusare il vento ed analizzare le stelle, prima di svelare agli altri la previsione del tempo per il giorno successivo.

 

Arrivó a scuola sorridendo e Camilla, una delle sue alunne, gli disse: “Mi piacerebbe avere una bicicletta come te. Le darei un bel nome e pedalerei sempre senza mani. Tu lo sai fare?”

“Non lo so, non ho mai provato. Come si fa?” rispose il professore incuriosito.

La bimba subito, mimando la scena: “Devi credere di essere capace: questa è la prima cosa. Anche se non lo sei, tu ti convinci che lo sai fare. E poi provi. Quando la strada è dritta e ampia, lascia il manubrio con tutte e due le mani insieme e continua a pedalare. Vedrai com’è divertente!”

Il professore rimase un pó a guardare il panorama e a scrutare il cielo.

 

Alla fine di una giornata distratta tornò verso la sua bicicletta, che non aveva un nome, e si diresse pedalando verso casa. Mentre tornava peró ripensó a quanto gli aveva detto Camilla e volle provare ad andare senza mani.

Ci credette profondamente e quando fu certo di potercela fare provó: come per incanto incurvó la schiena buttando indietro la testa e allargando le braccia. Era bellissimo!

Quando riaprí gli occhi l’airone stava volando proprio sopra di lui, poco piú avanti, con le ali spiegate a fare da specchio alle sue braccia spalancate.

Ne rimase tanto sorpreso che non si accorse del tronco troppo basso che lo prese in piena faccia, facendolo cadere a terra con tutta la bici:“Ouch!”

 

Quando si rialzó si trovó ai piedi di una enorme quercia e la bicicletta era sparita. Notó che anche i suoi vestiti erano scomparsi. Non sentiva alcun dolore ma lasció che il suo corpo trovasse una nuova posizione, piú consona alla dimensione differente, quantomai inusuale. Dondolando leggermente su se stesso si ritrovó in equilibrio su sottilissime zampe, con un lungo collo estensibile e due lucide sopracciglia nere che terminavano unendosi dietro la testa in una lunga ciocca.

Ne rimase incantato, incredulo, propriamente sbalordito!

Mosse le grandi ali ingombranti e lasció che si spiegassero in tutta la loro ampiezza, poi si incantó a guardarle. Ma faticava a restare in equilibrio sulle zampe con le ali completamente spiegate e dunque saltó verso l’alto.

E voló!

"Ehi! Cosa diavolo ti è successo?" gli parve di sentir dire lontano. Aprì gli occhi e riconobbe a malapena Camilla, la sua alunna. Lei insistette: "Professore, stai bene?" Allora lui cercò di ricomporsi e capire cosa gli fosse accaduto. Si alzò e si sedette su se stesso, si guardò intorno lentamente e riconobbe la bici che con la botta si era rovesciata e disse: "Ma tu mi credi se ti dico che io ho volato?" La piccola spalancò gli occhi e lo guardò fisso per un pò, poi rispose: "E' stato con l'airone, vero?" Stavolta fu lui a rimanere di stucco e spalancò gli occhi aspettando che lei continuasse. "Sei entrato nella sua scia di volo, vero? Hai preso il vento! - ridendo - E' così che lo chiamo io, prendere il vento!"

Lui ancora non riusciva a capire se si fosse appena svegliato da un sogno, eppure non poteva credere alle parole della bimba. Allorá pensó che stesse ancora sognando e che l’incontro con Camilla non fosse reale.

Peró era esatto: aveva proprio l’impressione di aver ‘preso il vento’ ed in effetti tutto era cominciato quando aveva visto l’airone volare sopra di lui. Ricordava di aver allargato le braccia ma poi confondeva la realtá con quello stato di allucinazione in cui si era trovato e che gli aveva regalato, vera o immaginaria che fosse, l’ebbrezza di volare!

 

Molto tempo dopo non dimenticó la sensazione provata volando, seguendo quell’uccello nel vento, quando, perdendosi nella sua scia, si era fatto airone.

Ogni volta che il vento si alza, corre ancora fuori a cercare le scie di volo degli uccelli. In quelle occasioni rivede spesso gli aironi. In particolare uno, un maschio adulto con una lunga barba bianca che gli copre tutta la pancia, che continua a guardarlo dritto dentro agli occhi.

Valentina Carrabino

postato da: carrabinov alle ore marzo 01, 2009 15:06 | link | commenti | commenti
categorie: racconti
mercoledì, 21 gennaio 2009

Recensione - Quel giardino di aranci fatto in casa

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Quando, pur di non far niente, si è disposti a tutto

Sembra che si voglia porre un problema reale e parlarne insieme al pubblico, dimostrando che una soluzione, affidata alla buona volontà ed alla capacità di sorridere, per ricomporre solitudini consolidate, è sempre possibile.

La figlia, piombata all’improvviso e senza invito, si insinua nella vita dello sceneggiatore Michael Hut con la naturalezza e l’entusiasmo di una ragazzina che con la sua contagiosa vitalità pian piano riesce ad affascinare e trascinare il padre. Infatti in qualche settimana lui supera l’indolenza e l’apatia che gli impedivano di esprimersi creativamente nella scrittura.

 

Il giardino di aranci simboleggia l’inconscia volontà di tenere in vita, e quindi nutrire, quei figli abbandonati tanti anni prima; va anche detto però che, proprio come quegli alberi rimasti in ombra sulla scena, senza risaltare tra le pareti domestiche in cui il padre si rinchiude, così la tematica viene affrontata in maniera leggera e superficiale, senza scandagliare a fondo le inquietudini e le ansie che inevitabilmente sussistono in rapporti lacerati ed abbandonati per tanti anni.

 

Il testo del commediografo statunitense Neil Simon, autore di maggior successo negli anni Sessanta e Settanta, è gradevole ma un po’ scontato. L’interpretazione di Gianfranco D’Angelo e di Ivana Monti è piacevole come ci si aspettava dalla loro esperienza, ma la regia non offre particolari interventi innovativi. Un po’ piatta la performance di Simona D’Angelo e non particolarmente brillante, come ci aveva abituato, quella di Mario Scaletta, nonostante i chiassosi costumi.

 

Una riflessione sulla scelta di proporre un testo ed uno spettacolo così ben confezionati pur senza riuscire a dare emozioni significative agli spettatori, però, non può mancare. Infatti il tema della “paternità assente” è attuale quanto qualsiasi altro argomento che metta in luce la disgregazione dei nuclei familiari moderni, ma la leggerezza con cui viene trattato e la facilità con cui si va incontro ad un lieto fine così scontato, lasciano quell’insoddisfazione di fondo mista a languore che sembra recentemente dominare la maggior parte delle scene teatrali romane.

 

Siamo così sicuri che il pubblico italiano non abbia più voglia di essere scosso? Di provare l’aristotelica catarsi capace di rinnovarne l’anima dopo la fruizione teatrale? Siamo davvero certi che non ci sia più bisogno del coraggio di proporre testi sconcertanti che descrivano in maniera più forte il vuoto delle coscienze così diffuso nel nostro presente?

 

A giudicare dal successo della platea del Teatro Manzoni di Roma sembrerebbe che le signore dai capelli laccati e dalle ingombranti pellicce a confondere le rughe non chiedano altro che una commedia a tinte rosa, con cui distrarsi in una grigia serata, e di cui raccontare, senza l’interesse di approfondire, al primo tè in compagnia.

(Valentina Carrabino)

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postato da: carrabinov alle ore gennaio 21, 2009 15:19 | link | commenti (1) | commenti (1)
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mercoledì, 10 dicembre 2008

Recensione L'Ultimo Angelo

Quando il quotidiano soffoca e la ricerca di fuga diventa spasmodico bisogno di avventura lo squallore si Limpadronisce dell'anima prima ancora che del corpo.

La scelta stilistica di mettere in scena due monologhi parallelamente ben rappresenta la crisi di comunicazione che vivono i due protagonisti all'interno della coppia. Entrambi sono soli perchè hanno perso l'ascolto, l'interesse e l'attenzione dell'altro e così entrambi monologano mentre parlano con personaggi che forse esistono ma certo non sono presenti nel quotidiano, nel momento in cui li cercano, li aspettano o comunque hanno bisogno di loro.
Entrambi esprimono lo stesso vuoto, la stessa ricerca di fuga, lo stesso bisogno di evasione dalla soffocante e squallida realtà di ogni giorno, svuotata di senso e di sentimento.
Ed è proprio nell'esasperazione dello squallore che entrambi trovano sfogo e riparo per i loro mali, per il loro dolore, per le loro amarezze e meschinità.

In questo testo ritroviamo situazioni reali descritte con distacco e senza alcun pathos. Infatti, pur trasmettendo quel senso di inquietudine e di vuoto in cui ciascuno può riconoscere se stesso e la realtà in cui siamo immersi, l'autore ha tralasciato di andare a fondo e di scavare nelle pieghe dell'animo umano. Manca l'emozione, manca la passione e manca addirittura la condivisione della profondità di uno stato d'animo.

Sarebbe stato più coinvolgente se avesse guardato dentro quei solchi graffiati sul ghiaccio dai tacchi altissimi di ogni donna che sanguina. Sarebbe stato più vero e sincero se fosse andato oltre il freddo esercizio stilistico.

Anche la regia è carente e, sulla falsariga del testo, ripropone una lettura sterile della ricerca di avventura e di passione che ha molto poco di spasmodico e di irrazionale e tanto meno evoca attanaglianti sensi di colpa.

L'umore di fondo è cupo e squallido ma troppo tenue è la luce di quegli ultimi angeli che vanno spegnendo le emozioni del pubblico.

(Valentina Carrabino)


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postato da: carrabinov alle ore dicembre 10, 2008 00:12 | link | commenti | commenti
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mercoledì, 03 dicembre 2008

Il Gabbiano di Anton ÄŒechov

Come in una seduta spiritica i personaggi sulla scena si confondono con venerabili ombre.il_gabbiano_2

Nonostante l’esordio negativo, il dramma in quattro atti Il Gabbiano, scritto nel 1895 e messo in scena per la prima volta a Pietroburgo l’anno successivo con clamoroso insuccesso, è uno dei testi più rappresentati di ogni epoca e tra i capolavori teatrali di Anton ÄŒechov. Qualche anno dopo, a seguito della fondazione del Teatro d’Arte a Mosca, quando fu Stanislavskij a metterlo in scena fu invece un vero trionfo. Infatti la collaborazione artistica di ÄŒechov e Stanislavskij fu cruciale per entrambi: l'attenzione di Stanislavskij per il realismo psicologico e per il corpo recitante esaltava le sottigliezze del dramma e fece rivivere l'interesse di ÄŒechov per la scrittura di scena, mentre la riluttanza di ÄŒechov a spiegare o espandere il testo costringeva Stanislavskij a scavare sotto la sua superficie in modi che erano del tutto nuovi per il teatro. ÄŒechov e il Teatro d'Arte, come disse Stanislavskij, erano uniti dal comune desiderio di "raggiungere semplicità artistica e verità sul palcoscenico".

In effetti la sapiente e delicata regia di Marco Bernardi, ospitata dal Teatro Eliseo di Roma, ha proprio il pregio di essere riuscito a coniugare semplicità e verità. La sua compagnia, guidata da Carlo Simoni e Patrizia Milani, affiancati in questa occasione da Maurizio Donadoni e da quattro giovani attori che ben si integrano con i colleghi più esperti, interpreta perfettamente le sintonie e le tensioni umane che prendono vita negli interni del soggiorno di campagna come negli ambienti esterni. La malinconia del lago, la sua influenza sugli umori, la potenza dell’elemento naturale anche nella rappresentazione teatrale che apre la pièce, le passioni umane ed i conflitti che le scatenano animano gli interpreti e di rimando gli spettatori che assistono rapiti all’avvicendamento dell’intreccio fino al tragico epilogo, fra scontri generazionali ed artistici.

L'autore propone riflessioni argute sull’arte, il teatro, la scrittura, l’amore ed i rapporti familiari; particolarmente intensa la scena fra la madre Irina ed il figlio Kostia in cui l’autore ha declinato sapientemente le debolezze e le potenzialità affettive dell’essere umano. Molti sono i rimandi del testo alla metateatralità ed alla trama dell’Amleto shakespeariano.

Un testo splendido molto ben rappresentato che lascia il pubblico sospeso fra le ombre di un teatro nudo come uno scheletro, che rappresenta la vita come nei sogni. Ma queste vulnerabili ombre, che esprimono come teneri fiori quello che esce dall’anima, ci ricordano soprattutto che nell’universo solo lo spirito rimane costante, immutabile.

Nel finale emerge con amarezza il peso che le parole del letterato Trigorin hanno avuto sulla giovane Nina, che appare alla stregua di una bozza di personaggio pensato come soggetto per un racconto:

Una giovane donna vive tutta la sua vita in riva a un lago. Lei ama il lago, come un gabbiano, ed è felice e libera, come un gabbiano. Un giorno per caso arriva un uomo e per ammazzare il tempo le distrugge la vita

(Valentina Carrabino)

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postato da: carrabinov alle ore dicembre 03, 2008 19:25 | link | commenti (1) | commenti (1)
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